(la musica Celtica e la Louisiana)
Che ci fosse qualcosa di celtico nella mia anima musicale,
molto tempo prima della mia avventura con il
progetto Turututela, si poteva sospettare anche ascoltando
il primo cd dei Chicken Mambo, anno 1992, che
si chiude con una specie di “giga” (Susan song).
Questo pezzo l’avevo imparato da una violinista cajun
in
Louisiana l’anno precedente. Lei, che si chiamava, appunto,
Susan, mi aveva assicurato che quella
melodia, che a me sembrava “maledettamente” celtica,
veniva da molto lontano: forse era arrivata lì tanto
tempo prima dal Canada da dove gli Acadiani, gli odierni Cajuns
dovettero fuggire. Più tardi ho scoperto
quanto sottile fosse la linea anche musicale che divide il
Sud degli States dal Quebec, dall’intero Canada
sino ad arrivare a Cape Breton. Susan, la violinista, mi aveva
tra l’altro raccontato la bellissima storia di
Evangeline.
Era il 1760 quando gli inglesi sbarcano a Gran – Prè
nell’Acadia Canadese, incendiano tutto, distruggono
il
villaggio e cacciano via i francesi dal paese. Evangeline
e Gabrièl, il figlio fabbro, si amano da tanto tempo
e decidono di sposarsi prima che il vento della guerra spazzi
via tutto… anche il loro amore. E poi, il
fuoco, gli spari, le grida, la gente che fugge, la confusione,
il sangue, la paura e …Non c’e tempo neanche
per un addio, per un ultimo straziante bacio, nemmeno il giorno
delle proprie nozze. Evangeline e Gabrièl
vengono divisi, Evangeline è lì, sola sulla
spiaggia che odora di morte e il suo amore chissà dov’è…
E allora Evangeline parte per un lungo viaggio che la porterà
attraverso tutto il continente americano a
cercare, per anni e anni, dappertutto, il suo Gabrièl,
ma del suo amore, disperato, nessuna traccia.
Scomparso, in prigione …ucciso? Il suo interminabile
viaggio per le terre ed i fiumi della grande America
dura una vita, fino al giorno in cui ormai vecchia, stanca
e senza più speranze trova il suo Gabrièl morente,
in un piccolo paesino della Louisiana, nel povero e cadente
ospedale di Saint Martinville, lontano migliaia
di miglia da dove lo aveva lasciato, ma dove non avrebbe mai
pensato di ritrovarlo. ”Gabrièl, sono io, la
tua Evangeline!!!”, ma dal suo amore non riesce ad avere
che un ultimo sguardo prima che gli angeli lo
portino lassù, nel Paradiso dei cajuns dove violini
e organetti suonano tutto il giorno. Se vi capitasse mai,
un giorno, come è capitato a me di andare a Saint Martinville,
in Louisiana vedrete che al posto del
vecchio ospedale adesso c’e un grande albero con vicino
la statua di Evangeline che aspetta il suo amore.
C’è anche un piccolo prato dove dormono, spesso
sconosciuti e trascurati Evangeline e Gabrièl. I turisti
frastornati dal fragore festoso di New Orleans gli passano
accanto e purtroppo, molti di loro, non sapranno
mai nulla del grande amore di Evangeline.
Proprio quell’anno il 1992, credo fosse inverno, propongono
ai Chicken Mambo di aprire in un piccolo
teatro vicino a Como (il posto preciso non lo ricordo, ma
non è importante) per Richard Thompson, che a
ragione era ed è considerato uno dei più grandi
musicisti (e chitarristi) che il folk rock ci abbia mai
regalato. A quell’epoca i Chicken Mambo erano soprattutto
una band che voleva riproporre “ la musica che
si suona al Carnevale di New Orleans”, quindi aprire
il concerto per una leggenda come Richard
Thompson , che tra l’altro avrebbe suonato da solo,
accompagnandosi esclusivamente con il suono della
sua splendida chitarra, ci aveva messo parecchio in agitazione.
A contribuire a non tenerci del tutto
tranquilli, c’erano poi gli sguardi e i commenti di
una serie di personaggi “appassionati” di folk
e dintorni,
che non riuscivano a comprendere come una band “casinista”
come i Chicken Mambo potesse aprire per
un grande del rock (seppure folk) come Richard Thompson. Molti
di questi li ritroverò di nuovo sulla mia
strada, dopo qualche anno nel ruolo (piuttosto repellente)
di giornalisti prezzolati al soldo di multinazionali
del disco o di riviste musicali che hanno la stessa credibilità
di Novella 2000. Comunque al nostro
promoter di allora tutto questo non faceva né caldo
né freddo, perché arriva nel backstage e mi
dice: “Vieni
Fabrizio che ti presento una delle più belle persone
che tu abbia mai incontrato. Richard, che stava
sistemando la sua chitarra, mi ha accolto con quel particolare
calore che spesso i più grandi artisti hanno
quando approcciano un mister nessuno come me. Mi sentivo a
mio agio, tranquillo, eppure sapevo di avere
davanti una persona che la settimana prima aveva suonato e
prodotto musica da disco di platino per la
grandissima Bonnie Raitt. E allora comincio a parlargli del
mio amore per la musica di New Orleans e
della Louisiana, e lì, ho capito, ancora una volta,
che la musica celtica e quella cajun dovevano, per forza,
avere qualcosa in comune. Richard mi ha raccontato della sua
amicizia con Michael Doucet dei Beausoleil
e di come prima o dopo avrebbero sicuramente fatto un disco
insieme (cosa che qualche anno dopo avverrà
regolarmente) e di come la sua canzone “ Tear stained
letter” riarrangiata da Jo-El Sonnier in chiave cajun
fosse diventata un must nelle balere del Sud degli Stati Uniti.
A questo punto mi sento davvero a casa mia, e gli strappo
un: “Hey Richard, potremmo suonare una
canzone insieme?” “Ma perché una sola canzone,
facciamone, almeno due”, mi risponde Richard e
continua “Quale delle mie canzoni conoscete?”
Io avrei voluto dirgli tutte, però il problema era
la band
(metà di loro non sapeva nemmeno chi fosse Richard
Thompson). Comunque, con il capo chino, ho detto a
Richard la verità, incrociando le dita e sperando di
non avere ferito la sua sensibilità di artista. Richard
mi
ha sorriso e mi ha chiesto: ”Ma Hank Williams lo conoscete,
vero?”, e alla mia risposta affermativa sul
palco quella sera i Chicken Mambo con special guest Richard
Thompson hanno suonato “Jambalaya” e
“Honky Tonk Blues” con una passione realmente
fuori dal comune. La band, forse, non lo sapeva, ma
stavamo vivendo un momento davvero indimenticabile della nostra
vita. Grazie Richard.
Una signora americana dopo un mio concerto in Texas mi ha
detto che quando canto o suono la mia
armonica, ci metto dei sentimenti che loro, gli americani,
di solito tengono da parte per le occasioni
speciali. Beh, con Richard Thompson quella sera siamo stati
noi a provare le stesse emozioni.
L’aver suonato con Richard Thompson, tra l’altro,
mi ha portato anche una piccola fortuna di tipo
economico.
Qualche anno dopo mi trovavo su di un taxi, ad Austin, Texas.
Il taxista, un giovane universitario, si
stupiva di come noi italiani avendo una cultura musicale così
alta: la musica classica, l’opera eccetera (ci
ha anche cantato un drammatico accenno di “La donna
è mobile”), fossimo così appassionati
di musica
tradizionale americana che lui considerava musicalmente così
bassa. Beh, io gli ho dato la solita risposta, e
cioè che innamorarsi di qualcosa o di qualcuno è
assolutamente irrazionale e, quindi, non si può spiegare.
Comunque gli ho raccontato un po’ la storia della nostra
band e anche l’episodio con Richard Thompson.
Il taxista si è fermato di colpo proprio davanti ad
“Allen Boots”, il miglior negozio di stivali di
Austin, si è
girato e mi ha chiesto con due occhi grandi come due palle
da biliardo: “Davvero hai suonato con Richard
Thompson, che per me è il più grande cantautore
del mondo e la sua canzone “The great Valerio”
è un
autentico capolavoro?”. Mi sono ripreso anch’io
un attimo dalla brusca frenata e dalla sorprendente
rivelazione e gli ho risposto che sì, davvero avevo
suonato due canzoni di quel cowboy di Hank Williams e
che (grazie a Dio) ero arrivato. Non vedevo l’ora di
comprarmi un paio di veri stivali di pitone, per poter
staccare ancora meglio il tempo sulle tavole di legno dei
palchi delle balere texane ( le mie vecchie Clarks
non facevano abbastanza rumore).
Il taxista non ha voluto neanche un dollaro per la corsa:
mi ha detto che uno che ha suonato con il suo idolo
non pagherà mai per viaggiare sul suo taxi. Io, comunque,
il suo biglietto da visita ce l’ho ancora.
Qualche tempo fa Aly Bain, per me, il più grande violinista
scozzese, che tra l’altro ha realizzato un
bellissimo documentario sulla musica cajun edito qualche anno
fa dalla Shanachie, mi ha detto che la
musica celtica e quella cajun hanno la stessa anima…
Poi è arrivata la terza birra e… il discorso
ci ha
portato chissà su quale nuvola.
Forse inglesi e scozzesi qualcosa da farsi perdonare da Evangeline
dopotutto ce l’hanno.
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