Ho visto la luce! L'ho vista un'altra volta. Non credevo,
davvero, potesse succedere di nuovo di provare quelle forti
emozioni che mi aveva procurato il vedere Paul Butterfield
soffiare dentro la sua armonica o Muddy Waters cantare nel
film “The Last Waltz” eppure, a quasi vent'anni
di distanza, mi sono di nuovo innamorato del Blues.
L'attore americano James Stewart descrivendo il cinema una
volta disse che i film sono “pezzetti di vita”,
ed è vero, il cinema è immortalità, chi
vive dentro ad un film non morirà mai. La stessa cosa,
forse, si potrebbe dire dei dischi ma le registrazioni sonore,
si sa, sono come voci nel buio, non hanno corpo… Alzi
la mano chi non ha mai sognato di vedere un filmato nel quale
Robert Johnson incide una delle sue “famose” 29
canzoni (ma la stessa cosa si potrebbe dire della nostra “mitica”,
cantante popolare Giovanna Daffini). Nessuno filmò
Robert Johnson, nessuno andò giù nel Mississippi
per metter su pellicola quello che si suonava nei juke joint,
quei localacci malfamati dove il blues “si è
fatto le ossa”. Adesso però c'è un film
che rende giustizia e porta emozioni nel cuore di chi non
ha vissuto quella grande epopea che fu l'American Folk Blues
Festival. Negli anni sessanta questo “carrozzone”
itinerante composto dai migliori artisti blues di quel tempo,
incendiò l'anima di decine di musicisti in tutta Europa.
In Inghilterra, l'impatto fu talmente forte da fare esplodere
quasi contemporaneamente il fenomeno del British Blues.
Con questo film possiamo finalmente vedere quello che per
anni abbiamo soltanto immaginato. Pensate, davvero, all'effetto
che può avere su di un appassionato di musica popolare
afro americana, di Blues, il poter vedere i propri “eroi”
al meglio della loro forma, suonare e cantare le loro canzoni
più famose, che per uno strano scherzo del destino,
sembrano brani del tutto nuovi. Sono le stesse canzoni solo
che stavolta le “vedi”!. E poi è anche
una questione di giustizia che finalmente mette sullo stesso
piano gli appassionati di blues di ogni latitudine. Gli ancora
giovani Muddy Waters, Howlin Wolf, T- Bone Walker, John Lee
Hooker, Sonny Terry, Brownie McGhee e Lightin' Hopkins che
si esibiscono al fianco di artisti seminali e leggendari come
Big Joe Williams, Sippie Wallace, Roosvelt Sykes e soprattutto
il grande Sonny Boy Williamson, poco prima che la vecchiaia
e le malattie li portassero via per sempre. Le canzoni “miracolosamente”
filmate dalla televisione tedesca sono in questo film in versioni
completamente inedite. Essere al festival nel 1965 ti poteva
permettere di “vedere” qualcosa di incredibile,
come ad esempio Big Mama Thornton, Big Walter Horton (un altro
dei miei eroi), J. B. Lenoir, Doctor Ross e John Lee Hooker
(si proprio lui!) suonare l'armonica tutti nello stesso brano,
ballando mentre aspettano il loro turno di assolo, come se
fossero davvero in Texas, a Chicago o nel Mississippi. Ad
accompagnarli un giovanissimo Buddy Guy e “l'inventore
della batteria blues” il mitico Fred Below. Guardando
questo film ti senti veramente nei panni di John Mayall, Eric
Clapton, i Rolling Stones e centinaia di altri musicisti inglesi
che hanno avuto la fortuna di vedere tutto questo “ben
di Dio” quarant'anni prima di noi.
E se la visione di questo film ha avuto su di me un effetto
“devastante” nonostante la mia età non
sia più quella di un ragazzo, posso solo immaginare
cosa avranno provato negli anni sessanta i blues lovers a
“vedere” il grande Sonny Boy accompagnare il giovane
(e a volte, sigh, un po' criticato dai “puristi”
dell'epoca che non apprezzavano e non capivano il suo folk
blues elettrificato) Muddy Waters, in una swingante versione
della sua “Got my mojo working”.
Beh, guardare Sonny Boy seduto che suona l'armonica e canta
la stessa canzone che, cento volte noi tutti, appassionati
di blues, abbiamo cantato, è qualcosa di difficile
da descrivere con le parole… Vedere il viso compiaciuto
dello stesso Muddy Waters (un maestro per la mia generazione)
quando divide il palco con i suoi eroi Victoria Spivey e Lonnie
Johnson, o ammirare Junior Wells mentre suona “Hoodoo
man” accompagnato non da Buddy Guy ma da un bravissimo
(e da sempre sottovalutato) Otis Rush , sopra il tappeto musicale
creato dal contrabbasso del grande (anche di dimensioni) Willie
Dixon e dal piano di Otis Spann e Memphis Slim è davvero,
davvero emozionante!.
Guardare il vecchio, un po' curvo e dinoccolato Sonny Boy
che presenta il poco più che ventenne Hubert Sumlin
accarezzandogli la spalla, è un momento che ti fa trovare
(e tu sai perché) con gli occhi lucidi.
Ma la cosa che davvero respiri come dolce, magica e toccante
guardando questo film, è l'atmosfera che c'è
tra i musicisti che compongono la carovana del festival: un'atmosfera
piena di soddisfazione perché finalmente le loro canzoni
vengono amate e rispettate da tutti, al di là del colore
della pelle. A quell'epoca in America, era ancora difficile
per un nero suonare il blues al di fuori dei soliti “giri”
destinati alla gente di colore. Guardando Sonny Boy Williamson
che è arrivato al festival dopo una vita intera dedicata
al blues, si vede benissimo che è piacevolmente frastornato
ed emozionato, quando alla fine delle sue esibizioni gli applausi
rasentano l'ovazione.
In quegli anni, nel suo paese, Sonny Boy era davvero un signor
nessuno e qui in Europa il suono della sua armonica blues
era apprezzatissimo nei teatri dove di solito si eseguivano
brani di Mozart e Beethoven.
E' stato solo dopo la bellissima epopea dell'American Folk
Blues Festival che gli americani si accorsero di che tesoro
avessero in casa. Un tesoro che quarant'anni dopo, farà
piangere di commozione un musicista “consumato”
mentre guarda uscire dal televisore e suonare per lui gli
“eroi” dell'American Folk Blues Festival.
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