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Ho scritto questo articolo a “botta
calda”, subito dopo l’uragano Katrina. Volevo
ricordare una città, ma soprattutto “un mondo
a parte” che la furia della natura e la stupidità
dei potenti hanno devastato per sempre. Mi piange il cuore
ogni volta che ripenso a quei momenti passati in una città
che non dimenticherò mai più. Nell’anima
ho la speranza che un giorno, forse lontano, New Orleans ritorni
ciò che è sempre stata e per sempre resterà
nei miei ricordi… “New Orleans the land of million
dreams…”
…Ho lasciato il mio cuore su una panchina a New Orleans.
Così finiva il mio album fotografico nel lontano maggio
del 1992.
Dopo esserci sposati, io e Fabrizio abbiamo fatto il nostro
primo viaggio negli Stati Uniti andando proprio a New Orleans.
New Orleans era ed è la patria della musica del mondo,
non solo del jazz come molti dicono (ovvero lo è stata
ma ora il jazz c’è ma in minima parte), ma è
un “calderone” di buona musica, prevalentemente
blues, zydeco (il loro blues suonato con la fisarmonica),
cajun (la musica degli acadiani, il popolo francese che dal
Quebec è arrivato in Louisiana e dopo aver bonificato
le paludi esistenti, vi si è stabilito in gran numero
portando lingua, cultura, cibo e musica, quella cajun per
l’appunto), soul, rhythm’n’ blues e gospel.
Siamo rimasti così folgorati da quella musica, da
quella gente, da quel cibo che siamo ritornati anche nel ’94
e nel ’95.
Nel 1992 avevamo scelto il mese di maggio perché nell’ultimo
weekend di aprile e nel primo del mese di maggio, c’è
un bellissimo festival che si chiama “Jazz and Heritage
Festival” che ogni anno raccoglie più di 450.000
persone, si dico bene proprio così tante persone, è
uno dei festival più importanti degli Stati Uniti.
Per due weekend puoi ascoltare musica dalle undici di mattina
alle sette di sera, nell’ippodromo vicino alla città,
dove vengono montati dieci palchi con la possibilità
ogni mezz’ora di assistere a dieci concerti diversi,
avendo l’occasione di ascoltare da B.B.King a Bob Dylan,
e tantissimi altri grandi artisti.
Andare al “Fess”, così loro chiamano questo
bellissimo festival, è un dovere se ami la musica americana.
E’ così importante che si deve prenotare da un
anno con l’altro tanta è l’affluenza di
gente.
Tra la folla potete vedere famiglie intere con sedie, sdraie,
ombrelloni, coperte, tutto per il picnic, bambini di soli
pochi mesi, tutti insieme a ballare, ascoltare musica e fare
amicizia, nella tranquillità più profonda.
L’organizzazione è perfetta, ricorderò
sempre la sera finale che finisce la prima domenica di maggio
alle 19 con il grande appuntamento fisso che è il concerto
dei Neville Brothers, il più importante gruppo di New
Orleans diventato famoso in tutto il mondo anche per la loro
originalità musicale, ebbene ho contato ben 45 pullman
che aspettavano fuori dal luogo dove si svolgeva il festival
per portare le persone in città, non ho mai fatto una
coda, mai. Questo mi sorprende ancora di più vedendo
quanto è successo ora con l’uragano Katrina .
L’atmosfera che si respira a New Orleans è una
sorta di aria di festa, la gente ti saluta quando ti incontra
per strada, ti ferma per dirti che hai le stringhe delle scarpe
slacciate.
Certo ci sono dei posti poi dove non è sicuro andare,
ma anche a Milano ci sono…Basta non andarci.
Il Quartiere Francese è la parte più bella
di New Orleans, è il posto più vecchio dove
ci sono le maggiori attrazioni. Tanti locali di musica dal
vivo, tanti negozi e tanti ristoranti.
Mi ricordo che la prima sera che siamo arrivati in città,
eravamo un po’ spaventati sia perché era la prima
volta negli States, e poi anche perché in Italia qualcuno
ci aveva detto di stare molto attenti.
Così ci siamo diretti da soli a piedi, verso il French
Quarter (il quartiere Francese), per andare in Bourbon Street,
la via più famosa. In giro non c’era nessuno
e così ci siamo leggermente preoccupati, sennonché
girato l’angolo di un via e poi un altro ancora, abbiamo
incominciato a sentire un certo brusio, ebbene arrivati in
Bourbon Street ci siamo letteralmente stupiti nel vedere le
centinaia di persone che affollavano solo quella via. Una
specie di Viale Ceccarini di Riccione moltiplicato per 50
volte. Era uno spettacolo indescrivibile, musica da ogni porta,
profumo di cibo ovunque, gente sorridente e allegra che sembrava
venire da un altro mondo.
Già perché dovete sapere che gli americani
stessi quando vogliono andare in vacanza a divertirsi vanno
proprio a New Orleans. Non per niente è chiamata la
“Big Easy” che vuol dire la “grande facile”,
dove è facile divertirsi.
Ogni occasione era buona per conoscere qualcuno, poi per
noi che venivamo dall’Italia lo era ancora di più.
Eravamo quasi due “chicche” e spesso per strada
molti si ricordavano di noi proprio perché venivamo
da così lontano.
In un certo senso gli americani si sentono inorgogliti quando
qualcuno da tanto lontano va a visitare il loro paese.
Al mattino poi non si poteva non andare al famoso “Cafè
du Monde” un locale vicino al Mississippi dove potevi
prendere il “cafè au lait” una specie di
caffèlatte americano con una brioche buonissima fatta
con la pasta delle nostre frittelle, con tantissimo zucchero
a velo sopra che regolarmente ti cadeva sui vestiti e tutti
ci riconoscevamo da quel velo di bianco che spuntava sui nostri
vestiti dopo essere stati in quel caffè.
Il quartiere francese al mattino è un po’ assonnato,
Bourbon Street meno caotica, quelli che la sera prima hanno
fatto tardi ora dormono. Così il verde delle felci
che abbelliscono quei particolari balconi ti riempiono gli
occhi, ti fa specie vedere su quei balconi oltre ai vasi di
fiori, tantissimi oggetti: dalle collane del Carnevale (altra
festa bellissima che si svolge a febbraio il Mardi Gras per
l’appunto), a sagome di finti alligatori, tanti ombrelli
colorati e adornati e chi più ne ha …Così
la tua macchina fotografica comincia a scattare foto solo
a balconi, ne vale veramente la pena. I colori sono incredibili.
E per le strade tanta musica, tanti “artisti di strada”
tutti eccellenti, ricordo un bambino di dieci anni che suonava
la batteria, un vero “mostro” nel suonarla, e
suo padre che con grande orgoglio raccoglieva le numerose
“tips” (mance) che la gente non poteva fare a
meno di dare.
E poi bambini che con i tappi di bottiglia sotto le scarpe
improvvisavano balletti di tip tap, tutti ballerini stupendi.
Ti capitava anche di incontrare tanti ragazzi vestiti tutti
con tuniche dello stesso colore, facevano parte di una stessa
scuola di gospel, molto diffuse a New Orleans.
E poi in Congo Square, una delle piazze più famose,
c’era la scuola di percussioni che raccoglieva bambini
di tutte le età.
Quanti ombrellini variopinti tipici della città, semplici
ombrelli colorati sui quali cucivano ogni sorta di pendaglio
e poi lo utilizzavano per il sole e per ballarci.
L’uomo con l’ombrello da sempre ha aperto la
parata delle “marching band” le bande musicali
tipiche della città.
Quando entravi nei negozi non potevi fare a meno di notare
i bellissimi oggetti di artigianato locale, nato dalla forte
integrazione della cultura afroamericana con quella bianca.
Non dimentichiamo che New Orleans è stata la patria
di Louis Armstrong il grande trombettista jazz al quale è
stato dedicato sia un museo che una statua.
E il cibo? Come dicevo, a New Orleans si mangia benissimo,
tanto pesce, ostriche e poi i loro famosi “crawfish”
che sono una specie di gamberetti di fiume che cucinano in
tantissimi modi. Puoi anche mangiare l’alligatore, molto
prelibato, il famoso “jambalaya” una specie di
paella, molto buono anche se molto piccante.
Un giorno ci siamo molto incuriositi perché tutti
ci parlavano di questo famoso piatto tipico italiano, allora
siamo andati in questo ristorante e ci siamo fatti portare
la “muffoletta”: una specie di hamburger gigante
crudo, con tanti strati di formaggio, verdura e salse. Ovviamente
sono andata dal cuoco e gli ho detto che quello che loro spacciavano
per tipico italiano da noi non esisteva proprio. Come dico
sempre è il posto oltre all’Italia dove ho mangiato
meglio e detto da un’italiana non è semplice.
Non ci siamo fatti perdere neanche la vista delle paludi,
i bayou così come li chiamano, con i loro alligatori.
Passare sul lago Pontchertrain mi ha sconvolto, per attraversare
il lago passi sul ponte più lungo del mondo e vi assicuro
che è un’esperienza emozionante, davvero. Sia
a destra che a sinistra solo acqua.
Il nostro risveglio al mattino era addolcito dalle note suonate
da un musicista sul battello del Natchez (il famoso battello
con la ruota che solca il Mississippi) utilizzando l’organo
collegato alle canne fumarie dell’imbarcazione, sembrava
di essere nel paese dei balocchi, era un suono che avvolgeva
tutta la città che piano piano si stava svegliando.
Attorno a New Orleans ci sono poi le piantagioni con le bellissime
case padronali, dove hanno girato tanti film tra cui “Via
col vento”, quando ti siedi sulle verande di quelle
bellissime case tutte bianche di legno, vorresti che il tempo
si fermasse, e vorresti stare lì per sempre, ma poi
qualcuno ti chiama e devi andare.
Ora penso a quella panchina che forse non c’è
neanche più, ma là ho lasciato il cuore, in
quelle paludi, in quelle vie, in quel bellissimo festival
musicale, in quei locali, in quel cibo e in quelle meravigliose
persone che sempre mi hanno accolto con tanta simpatia...
speriamo che presto una magica ruota di un magico battello
arrivi ad aiutare tutti coloro che ne hanno bisogno e spazzi
via quell'acqua maledetta...
Angelina Megassini
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