di Fabrizio Poggi
Gli italiani del Delta non siamo io, Francesco Garolfi e
mia moglie Angelina. Nonostante il sottoscritto sia reduce
da un’emozionante ed indimenticabile serie di concerti
a Memphis e in Mississippi il titolo qui sopra non si riferisce
a quello, ma bensì ad un libro che mi ha in qualche
modo sconvolto l’estate. Mi spiego meglio. Mi trovavo
a Clarksdale, Mississippi e nel mio dopo concerto al “Ground
Zero” un amico di Boston, poeta e sassofonista di vaglia,
Dick Lourie, comincia a parlarmi di un “fantomatico”
libro che parla dell’emigrazione degli Italiani nel
Delta del Mississippi. Io liquido l’argomento quasi
subito, pensando si tratti del solito saggio “americano”
pieno di luoghi comuni sugli italiani tutti “pizza,
mandolino e mafia”. Ma ormai il tarlo si era messo in
moto e la mattina seguente ero già alla biblioteca
di Clarksdale a sfogliare febbricitante dall’eccitazione
un libro a dir poco “folgorante”. “The Delta
Italians” è una raccolta di storie (bellissime
e commoventi) dei primi italiani che si insediarono nelle
piantagioni dell’Arkansas e del Mississippi.
L’autore Paul V. Canonici un sacerdote cattolico è
originario di quelle parti ed è figlio di emigranti
italiani. Il bel volume che Paul mi ha inviato a casa al mio
ritorno in Italia (non potevo assolutamente farne a meno)
contiene tantissime fotografie ma soprattutto l’infaticabile
lavoro di questo prete che per più di trent’anni
ha raccolto storie familiari e racconti di vita girando in
lungo e in largo il Mississippi. “The Delta Italians”
racconta la storia (e che storia!) dei contadini e dei pescatori
italiani che alla ricerca di una vita migliore, abbandonarono
la terra natia per insediarsi nelle piantagioni di cotone
del Delta.
I primi di loro arrivarono in Mississippi e nella parte di
Arkansas che confina con il Mississippi nel 1895. La maggior
parte proveniva dalle Marche, ma altri arrivavano anche dall’Emilia
Romagna, dal Veneto e dalla Lombardia. Inizialmente la loro
ricerca di una vita migliore fu resa difficile da condizioni
al limite della sopravvivenza: le zanzare della malaria, le
frequenti alluvioni e i pregiudizi razziali rendevano l’esistenza
di questi poveri immigrati davvero dura. Con il tempo molti
di loro riusciranno a conquistarsi una vita migliore, anche
se non sempre era quella che avevano sognato. Vi starete già
chiedendo però cosa centra questo libro con il blues.
Abbiate pazienza e continuate con il racconto e presto il
mistero sarà svelato. Beh, la prima domanda che mi
è venuta in mente (e penso anche a voi) è stata:
ma perché così tanti italiani nel Delta del
Mississippi? Innanzitutto sgombriamo il campo dalla comune
credenza che il Delta del Mississippi sia dove il grande fiume
sfocia nell’oceano. In realtà il Delta è
una regione situata a nord dello stato del Mississippi e nella
parte orientale dell’Arkansas ed è chiamata così
per l’eccellente fertilità della terra che può
essere paragonata a quella antichissima e famosa del delta
del fiume Nilo in Egitto. Il primo italiano in Mississippi
fu Berardo Peloso. Era il 1558 e Berardo faceva parte di una
spedizione di esploratori franco – spagnoli.
Dovremo però aspettare gli inizi dell’ottocento
per contare le prime significative presenze di nostri connazionali
nel sud degli States. La maggior parte di loro arrivava a
New Orleans; alcuni si fermavano lì altri risalivano
il Mississippi stabilendosi in città come Natchez e
Vicksburg. Le città di fiume sembravano, in quegli
anni, più favorevoli ad accettare emigranti in cerca
di fortuna e New Orleans diventerà ben presto una città
in cui gli italiani saranno davvero numerosi. Non si può
dire la stessa cosa del Mississippi, dove nel 1861, all’inizio
della Guerra Civile per l’abolizione della schiavitù,
si contavano non più di cento italiani. Alla fine del
sanguinoso conflitto molti neri ormai liberi, seppure solo
a parole, abbandonarono le piantagioni di cotone per emigrare
nel nord degli States lasciando i loro padroni “in difficoltà”.
Rimpiazzare lavoratori instancabili come gli afroamericani
non era certo facile ma ad alcuni proprietari venne in mente
di chiamare gente che spesso viveva in condizioni molto povere
ma piuttosto esperti nella coltivazione dei campi: gli italiani.
I primi di loro arrivarono il 21 novembre 1895. Erano vittime
di un terribile imbroglio messo in piedi tra il sindaco di
Roma dell’epoca appartenente ad una famiglia nobile
molto in vista e ricco proprietario terriero nelle lande marchigiane
e l’ambasciatore italiano addetto all’immigrazione
di New York. Con la promessa di una vita migliore li facevano
entrare illegalmente negli Stati Uniti e poi li dirigevano
con un viaggio a dir poco biblico verso la piantagione di
Sunnyside vicino a Greenville, Mississippi che allora era
la capitale mondiale del cotone. Naturalmente i padroni delle
piantagioni pagavano profumatamente sia il sindaco sia l’ambasciatore
per questo “traffico di vite umane”. La maggior
parte di loro in Italia viveva e lavorava come mezzadro in
grandi cascine in cui il padrone li ospitava e li nutriva
in cambio di metà del raccolto annuale. Arrivavano
dopo un viaggio interminabile via nave a Ellis Island a New
York e poi trasferiti in Mississippi dove le promesse fatte
dal sindaco e dai suoi complici, di una vita migliore naufragavano
nella miseria e nella disperazione. E già il viaggio
verso il “nuovo mondo” era davvero un’odissea.
La traversata durava circa tre settimane, ma a questo periodo
vanno aggiunti altri quindici giorni che servivano agli emigranti
per raggiungere tra mille sotterfugi le piantagioni del Mississippi.
La traversata dell’Atlantico avveniva in condizioni
disumane con i passeggeri più poveri stipati all’inverosimile
nelle stive delle navi. Malattie e privazioni erano all’ordine
del giorno. I passeggeri che morivano durante il viaggio (e
non erano pochi) venivano gettati in mare dopo una sommaria
benedizione. Nel 1906 quando i suoi genitori emigrarono negli
States, Angelo D’Angeli aveva solo diciotto mesi. Durante
il viaggio si ammalò gravemente e i medici di bordo
dissero che non c’erano più speranze per lui
e che era meglio gettarlo in mare. La mamma non volle abbandonarlo,
lo nascose sotto vestiti e lo strinse al petto dandogli la
più efficace delle medicine: il suo amore. Così
Elvira risparmiò al suo piccolo di venire sepolto vivo
nelle gelide acque dell’Atlantico. Angelo D’Angeli
visse fino all’età di 94 anni e ora riposa nel
cimitero di Lake Village, Arkansas. Ma nella concitazione
che accompagnava l’arrivo dei nostri emigranti in America
ne succedevano davvero di tutti i colori e a volte le storie
prendevano una piega decisamente drammatica. Come quella della
famiglia Pierini. Si racconta che uno dei figli di Nazzareno
e Anna Pierini si perse o venne rapito a St. Louis mentre
la famiglia stava viaggiando da Ellis Island, il luogo di
arrivo newyorkese di tutti gli emigranti, al Delta del Mississippi.
Ma la storia è probabilmente un'altra. In quegli anni,
i primi del novecento, c’era una confusione terribile
di nomi e di lingue negli uffici immigrazione americani e
i nostri poveri emigranti che spesso non sapevano nemmeno
parlare l’italiano, ma si esprimevano nel dialetto della
loro zona di origine, di frequente si ritrovavano in situazioni
dalle quali era difficile uscire se non si spiaccicava almeno
qualche vocabolo di inglese. Gli emigranti quando arrivavano
in America venivano subito visitati da un medico. Coloro che
risultavano affetti da una malattia considerata “contagiosa”
venivano trasferiti “in quarantena” negli ospedali
di Hoffman e Swinburne Islands nei pressi di New York. Le
loro famiglie invece proseguivano il viaggio verso la loro
destinazione finale. In questo modo interi nuclei familiari
vennero smembrati. Spesso i figli ricoverati venivano dichiarati
morti dalle autorità. C’è il sospetto
che negli uffici immigrazione e negli ospedali loschi individui
rapissero donne e ancora più spesso bambini in tenera
età che venivano indirizzati al fiorente mercato del
lavoro nero e delle adozioni illegali. Questo è quello
che può essere successo al povero Augusto Pierini che
aveva tre anni al suo arrivo in America e che come risulta
dagli archivi storici dell’ufficio immigrazione venne
ricoverato in un ospedale perché malato. Secondo questi
archivi Augusto morì pochi giorni dopo il suo ricovero
per il peggioramento delle sue condizioni di salute. Questo
è ciò che l’ufficio immigrazione comunicò
alla famiglia senza indicare il luogo dove Augusto era stato
sepolto. L’indigenza e l’ignoranza che devastava
le famiglie italiane in quegli anni non permisero a Nazzareno
e ad Anna di sapere più nulla del loro amato figlio.
E come loro tanti furono quelli che non ebbero più
notizie di congiunti arrivati con loro a Ellis Island.
Quello che sovente succedeva nelle campagne italiane era
la regola in Mississippi. “Naturalmente” i contadini
italiani spendevano molto di più di quanto guadagnavano
e questo li rendeva praticamente schiavi dei padroni delle
piantagioni dalle quali non se ne potevano andare se non dopo
aver saldato tutti i debiti. Altrettanto “naturalmente”
gli immigrati erano obbligati a comprare tutto l’occorrente
per vivere e per lavorare presso l’emporio della piantagione.
I prezzi praticati dai padroni erano al limite dello strozzinaggio
ed alla fine di ogni anno di raccolto i mezzadri si trovavano
ad aver speso molto più di quanto avevano guadagnato.
Il cotone che raccoglievano duramente gli veniva pagato solo
un pugno di dollari; e quei pochi biglietti verdi certo non
bastavano a quelle povere famiglie con parecchie bocche da
sfamare. E poi c’era un grosso debito che quasi mai
si riusciva a saldare ed era il prezzo del loro viaggio in
America anticipato dai padroni delle piantagioni. Alcuni di
loro delusi da ciò che avevano trovato volevano tornare
in Italia ma non potevano. Dove avrebbero trovato i soldi
per pagarsi la traversata? E poi non potevano lasciare la
piantagione sino a debiti saldati pena la prigione, i lavori
forzati o addirittura la morte. Alle famiglie per vivere veniva
“prestato” un dollaro per ogni acro di terra coltivato
e ad ogni famiglia non venivano concessi più di venticinque
acri. Nel libro si racconta che “i muli a quell’epoca
mangiavano molto di più degli italiani” e comunque
pare che gli animali da cortile se la passassero molto meglio
dei “cristiani”. Non va dimenticato che spesso
nelle piantagioni venivano coniate le “monkey money”,
monete che potevano essere spese solo all’interno della
piantagione dove come abbiamo già avuto modo di dire
tutto costava molto di più. Eppure arrivavano in tanti
in quelle lande desolate dove a farla da padrone c’era
solo cotone, e poi ancora cotone e cotone all’infinito.
Il giornale di Greenville, Mississippi in data 15 gennaio
1904 dava grande risalto all’arrivo degli italiani in
Mississippi stimando in quel periodo la popolazione cittadina
in sedicimila anime di cui diecimila neri e seimila bianchi.
E la maggior parte di loro erano italiani. Gli immigrati italiani
vivevano e lavoravano a stretto contatto con i neri e con
loro condividevano miserie e disgrazie. Non c’era più
la schiavitù per i neri e tanto meno per gli italiani,
almeno non ufficialmente, ma le loro condizioni di vita erano
quelle di veri e propri schiavi. Vivevano in povere baracche
ai bordi di paludi infestate dalle zanzare. La febbre malarica
era all’ordine del giorno e i bambini che si ammalavano
e morivano erano davvero tanti. Racconta la figlia di un immigrato:
“Non avevamo elettricità…Niente bagno,
acqua potabile e tutto il resto… Usavamo lampade a petrolio
per illuminare l’unica stanza in cui si viveva tutti
quanti…Il petrolio era veramente prezioso e costava
carissimo. Dovevamo usarlo con parsimonia perché ci
serviva anche per riscaldarci e per cucinare. Naturalmente
non bastava mai, e mio padre doveva in qualche modo alla fine
di una dura giornata di lavoro procurarsi della legna o del
carbone per proteggerci dal freddo. In quegli anni ero ancora
una bambina ma ricordo come se fosse ieri quanta strada di
sassi dovevo fare con le scarpe bucate per raggiungere la
fermata dello scuolabus. Quando pioveva forte l’acqua
copriva la strada che diventava impraticabile. Mio padre era
costretto a lasciare il lavoro nei campi, ad attaccare i muli
al carro e ad accompagnarci lui stesso alla fermata.
Tutta la nostra famiglia lavorava nei campi di cotone. Raccoglievo
cotone per le prime sei settimane di scuola e tagliavo le
piantine l’ultimo mese quindi non è che avessi
molto tempo da dedicare agli studi”. Queste terribili
condizioni di vita sono andate avanti sino agli anni cinquanta
del novecento. I debiti schiacciavano come macigni i nostri
poveri emigranti che lavoravano davvero sodo, senza però
riuscire ad emergere da una vita fatta di “insetti,
scarso cibo e acqua non potabile, verde e maleodorante”.
Il dottor Norton era il medico delle piantagioni. Ma era caro,
non particolarmente bravo e soprattutto non parlava una parola
di italiano. Agli inizi del novecento in Mississippi quasi
ogni giorno moriva un mezzadro italiano. Solo nel 1907 grazie
alle insistenti proteste di Mary Grace Quakenbos inviata in
Mississippi dal Ministero della Giustizia in seguito ad alcune
denunce di immigrati la situazione dei nostri connazionali
cominciò lentamente a cambiare con una serie di piccoli
miglioramenti che permisero nel corso degli anni agli italiani
di liberarsi dal giogo di quasi schiavitù in cui erano
tenuti dai padroni delle piantagioni. Ci vorranno però
anni e anni. Così come ci vorranno anni e anni per
liberarsi dal razzismo che peserà sulle loro esistenze.
Gli italiani venivano spesso trattati, se possibile, peggio
dei neri. Questi ultimi infatti erano più apprezzati
dai padroni perché più robusti e resistenti
alla fatica rispetto agli italiani che sicuramente non “godevano”
della stessa struttura fisica di un popolo, quello africano,
sul quale gli schiavisti avevano applicato per anni le regole
della “selezione della razza” decidendo loro chi
si doveva accoppiare e con chi. I pochi italiani che riuscivano
a lasciare le grosse piantagioni spesso andavano a lavorare
nei campi di cotone di alcuni “padroncini” neri
che sicuramente li trattavano molto meglio dei proprietari
bianchi. I neri erano davvero gentili con gli italiani. Comprendevano
la loro difficoltà a farsi capire in un paese a loro
completamente sconosciuto e dove nessuno parlava l’italiano.
D’altronde anche loro erano passati da quell’inferno.
Ancora oggi gli afroamericani hanno un rapporto speciale con
gli italiani che chiamano spesso “brothers-fratelli”.
E davvero neri e italiani sono stati fratelli in un tempo
in cui la vita in Mississippi era durissima. Erano le donne
afroamericane a prendersi cura dei bambini italiani che si
ammalavano di febbre gialla e ad aiutare le famiglie nei momenti
di difficoltà. Insieme sopportavano le angherie razziste
della classe dominante bianca. Il Ku Klux Klan non perseguitava
solo i neri ma anche gli italiani.
Non va dimenticato che nel 1891 a New Orleans vennero linciati
per un nonnulla ben 11 italiani. Racconta Canonici che quando
era piccolo andava a trovare i genitori che si spezzavano
la schiena dall’alba al tramonto nei campi di cotone
al fianco dei neri. Alla fine di ogni “filare”
c’era una brocca per dissetarsi con due tazze: una per
gli italiani e una per i neri, segno evidente che anche dai
padroni gli italiani erano visti con sospetto e probabilmente
avevano paura che i lavoratori neri bevendo dalla stessa tazza
degli italiani si ammalassero di una delle tante malattie
che devastavano l’esistenza dei nostri poveri emigranti.
A molte mamme appartenenti alla cosiddetta “borghesia
bianca” non faceva piacere che i loro figli giocassero
con i figli dei nostri emigranti e anche a scuola spesso le
maestre trattavano i bambini italiani con pregiudizio confinandoli
sovente negli ultimi banchi dove di solito sedevano i bambini
neri.
Lo scrittore racconta che suo fratello Joe ha avuto per diverso
tempo un negozio nel quartiere nero di Shaw Mississippi. Ebbene
durante gli anni sessanta, il periodo cruciale delle lotte
per i diritti civili degli afroamericani, i bianchi smisero
di frequentare il negozio distribuendo volantini che invitavano
la popolazione a non andare a comprare niente nella drogheria
del “dago” un soprannome dispregiativo che ha
accompagnato spesso gli italiani negli anni in cui “cercavano
un po’ di felicità” in terra americana.
Nei primi decenni del novecento nonostante i loro sacrifici
e la loro dignitosa miseria gli italiani erano davvero considerati
solo “brutti, sporchi e cattivi”. E poi alcuni
di loro avevano la pelle più scura, proprio come i
neri. E nell’America rurale come quella del Mississippi
di quegli anni capitava non di rado che drappelli di fanatici
razzisti incendiassero la casa, il pollaio o il raccolto di
qualche povera famiglia italiana.
Davano fuoco persino alle loro scuole. Nelle grandi città
il razzismo strisciante a volte veniva diluito dalla moltitudine
umana ma nelle campagne del Delta gli italiani erano considerati
se possibile ancora più inferiori dei loro connazionali
che vivevano a New Orleans, a Chicago o a New York.
Erano sempre i neri ad ospitare le famiglie dei bianchi quando
le loro case venivano distrutte. I bianchi di origine inglese
proprio non li potevano soffrire. Volevano che se ne andassero
dalla “loro” terra. E forse non gli andava neanche
tanto a genio che andassero così d’accordo con
i neri. Ma era con i neri che gli italiani lavoravano non
solo nei campi ma anche nelle miniere di carbone e nella costruzione
delle ferrovie.
Insieme sopravvivevano alla furia della natura, ai tifoni
e alle tempeste che devastavano le loro povere abitazioni.
Italiani e neri cercarono di salvare le loro vite e quelle
degli altri durante la terribile inondazione del 1927. E sempre
insieme lavorarono faticosamente per costruire l’imponente
sistema di argini che ancora oggi protegge le città
del Mississippi dalla furia del grande fiume. La figlia di
una nostra immigrata in Mississippi ha raccontato a Paul Canonici
che la madre gli disse che l’acqua si era portata via
tutto, persino le sue scarpe. Per andare in città a
procurarsene di nuove, se ne fece prestare un paio da una
signora afroamericana che abitava vicino a lei. A sua volta
Laura Giachelli racconta che ai tempi della terribile inondazione
era una giovane sposina che viveva a Dunleith e ricorda: “
Fu la più grossa catastrofe mai vista…L’acqua
arrivò fino al soffitto”. Avevo due bambini ed
ero in attesa del terzo.Avevamo una mucca e quella mattina
sono uscita per andare alla stalla per mungerla. Era ancora
presto e mio marito e i bambini dormivano ancora. All’improvviso
arriva una macchina con qualcuno che grida dal finestrino:
“Si è rotto l’argine! Si è rotto
l’argine!”. Gettai via il secchio del latte e
corsi in casa urlando: “Alzatevi! Si è rotto
l’argine!” Portammo le nostre poche cose in soffitta
e scappammo via subito. Stretti sulla nostra macchina scassata
abbiamo cercato una collinetta sulla quale trovare riparo.
Le strade intanto si erano riempite dell’acqua e del
fango del Mississippi in piena. Una famiglia di afroamericani
ci prese con sé e ci diede due stanze…”.
Insieme, italiani e neri per un nonnulla venivano arrestati
e naturalmente condannati (nessuno aveva i soldi per pagarsi
un avvocato) e spesso come condanna dovevano passare un’intera
stagione a lavorare in una piantagione di cotone senza ricevere
nessuna paga. Inutile dire che poliziotti giudici e padroni
avevano formato una bella “associazione a delinquere”
alle spese degli italiani e dei neri.
Da tempo mi frullava per la testa una teoria peraltro ben
supportata da almeno due libri: “Escaping the Delta”
di Elijah Wald e “Robert Johnson: Lost and Found”
di Pearson e McCulloch e cioè che buona parte di ciò
che noi intendiamo come blues sia in realtà ciò
che le grandi compagnie discografiche pensavano dovesse essere
il sound degli afroamericani. Mi spiego meglio: nessuno sa
davvero cosa si suonava in Mississippi e dintorni prima degli
anni Venti e sono tanti quelli che sospettano che ciò
che veniva messo su disco sia frutto di una delle tante operazioni
di “manipolazione culturale” che i discografici
operavano in quegli anni per spillare qualche soldo dalle
tasche dei pochi afroamericani che se lo potevano permettere.
Insomma quelli erano tempi in cui loro registravano quello
gli pareva. D’altronde chi poteva dire che quello non
era l’“autentico” blues che i neri suonavano
nelle piantagioni? A farci riflettere c’è la
controversa storia del mandolino nel sud degli States. Il
piccolo strumento nei primi decenni del secolo scorso era
popolarissimo nel blues. Ci sono decine di fotografie di neri
mentre suonano il mandolino. Purtroppo le registrazioni sono
piuttosto rare. Probabilmente all’industria discografica
che all’epoca era saldamente in mano ai bianchi non
piaceva che i neri suonassero uno strumento che era in qualche
modo legato agli italiani tutti “pizza e mandolino”.
Gli afroamericani avevano probabilmente conosciuto questo
strumento grazie ai nostri emigranti che se lo portavano appresso
quando andavano a “cercare fortuna” in America.
I neri che avevano importato il “banjar” (che
diventerà presto banjo) dalla natia Africa, abbandonarono
presto questo strumento che gli era stato in qualche modo
“rubato dai bianchi” e prima di passare alla chitarra
suonavano il mandolino che guarda caso aveva quattro corde
proprio come il banjo. E cosa suonavano i neri con il mandolino
se non quella musica strana e affascinante che qualche tempo
dopo qualcuno chiamerà blues?
Questo è dunque uno dei tanti fili rossi che legano
secondo me in maniera indissolubile noi italiani al blues.
Noi eravamo là quando il blues è stato “inventato”.
Noi lavoravamo e vivevamo con i neri proprio mentre il blues
veniva forgiato dalle stesse mani dei mezzadri neri che lavoravano
nei campi di cotone con i colleghi italiani. E senza volerlo
inaspettatamente il libro di Paul Canonici in molte sue pagine
sembra confermarlo. D’altronde i luoghi dove si stabilirono
gli Italiani a fine ottocento sono quelli che sono diventati
famosi perché cantati in decine di canzoni blues: Greenville,
Holly Ridge, Shaw, Robinsonville, Friars Point, Greenwood,
Shelby, Clarksdale, Indianola, Rosedale, Leland, Belzoni….
I neri suonavano. E gli italiani suonavano: alcuni il mandolino,
altri il violino e altri ancora la fisarmonica. A proposito
di fisarmonica, Luigi Oltremare durante l’alluvione
del 1927 si rifiutò di abbandonare la sua abitazione
invasa dalle acque se i soccorritori non avessero salvato
anche il suo prezioso strumento. Ma non era certo l’unico
appassionato di musica da quelle parti.
Nicola Eusepi era un violinista marchigiano che arrivò
in Mississippi nel 1906. Era molto bravo con lo strumento
e veniva invitato a suonare dovunque si facesse festa.
E Nicola non faceva distinzioni che si trattasse di bianchi
o di neri, l’importante per lui era suonare il suo violino.
Chissà se il giovane Son Simms che qualche anno dopo
suonerà con Charlie Patton e Muddy Waters avrà
avuto modo di ascoltarlo. Quelli erano anni in cui il violino
era uno dei tanti strumenti che aiutavano gli afroamericani
ad “inventare” il blues. Ma non pensate che queste
siano solo supposizioni perché a sostegno della teoria
che c’è probabilmente qualcosa di italiano tra
le pieghe del blues ci sono almeno un paio di racconti di
Paul Canonici che sicuramente fanno riflettere.
Lo scrittore a pagina 163 del suo libro afferma che “…appena
fuori Tribbett Road, alla Dean Plantation c’era e c’è
ancora un lungo capannone di legno. Nel primi anni del novecento
quello una “barrelhouse” cioè uno di quei
locali dove i neri si ritrovavano per suonare e ballare il
blues il sabato sera “e” continua Canonici “il
suono del blues curava le ferite dell’anima anche degli
Italiani…”. E ci sono altre interessanti storie
che fanno riflettere ancora di più su ciò che
italiani e afroamericani condividevano. L’autore del
libro si sofferma su quanto gli italiani trovassero affascinante
il modo in cui i neri pregavano Dio. Le loro messe e le loro
cerimonie di battesimo erano davvero belle e agli italiani
piaceva assistere alle loro manifestazioni di lode al Signore.
Le voci degli afroamericani che si elevavano nel cantare gli
inni sacri attraverso gli spirituals e il gospel erano qualcosa
di assolutamente irresistibile. Gli afroamericani oltre al
blues in quegli anni “inventarono” anche gli spirituals
che presto diventeranno il gospel, la musica religiosa più
amata al mondo. E gli afroamericani hanno insegnato al mondo
intero (che uno ci creda o meno, ma questo non ha importanza)
quanto sia bello pregare Dio con gioia e partecipazione (anche
fisica), battendo le mani e cantando a squarciagola la speranza
di una vita migliore.
Alcuni italiani erano talmente attratti da queste forme di
religione così “spontanee e liberatorie”
da convertirsi alla “Chiesa Pentecostale” diffusissima
tra gli afroamericani. E passando dal sacro al profano c’è
un uomo che in qualche modo è legato sia alla storia
del blues che a quella dei Delta Italians: Will Dockery. Chi
di voi segue le vicende della “musica del diavolo”
ricorderà il nome di questo proprietario di piantagioni
per averlo letto a proposito di grandi pionieri del blues
come Charlie Patton, Son House, Willie Brown, Robert Johnson
e Howlin’ Wolf. Dockery fondò la sua piantagione
nei pressi di Cleveland, Mississippi nel 1895, l’anno
in cui arrivarono i primi italiani nel Delta. Tra i primi
braccianti neri a lavorare per lui ci fu proprio Charlie Patton,
il quale seguendo le orme di un altro bracciante Henry Sloan,
tracciò le linee fondamentali del blues influenzando
tutti quelli che verranno dopo di lui. Celebri le esibizioni
di Patton che al sabato sera alla Dockery Farms faceva ballare
tutti quanti al suono della sua chitarra blues. E tanti erano
anche i musicisti che lo andavano ad ascoltare. Anche Will
Dockery, al contrario di altri proprietari, apprezzava la
musica di Patton ed era felice di vedere i suoi lavoranti
altrettanto contenti di festeggiare a suon di blues la fine
di un’altra settimana di duro lavoro. Dockery passerà
alla storia per le sue grandi doti di umanità. I suoi
braccianti rispetteranno sempre quest’uomo buono e,
soprattutto per quei tempi, giusto e onesto. Queste doti erano
apprezzate anche dai tanti italiani che lavoravamo nelle sue
piantagioni. Alcuni di loro diventeranno addirittura amici
di Dockery. Mentore “Mack” Baratti, figlio di
emigranti italiani che lavoravano alla Dockery Farms, fonderà
con Will Dockery una piantagione di cotone a Crittinden County
vicino a Marion in Arkansas. “Naturalmente” a
lavorare e a vivere nella piantagione ci saranno sia neri
sia italiani e questo sarà uno dei primi “grandi”
passi che aiuteranno la comunità italiana a costruirsi
quel futuro migliore che i loro padri avevano solamente potuto
sognare.
Forse, alla fine di questa storia, nessuno saprà mai
con certezza quanto di italiano ci sia nel blues. Magari poco
o niente. Di certo la storia dei “Delta Italians”
è affascinante e, se permettete, credo possa testimoniare
senza ombra di dubbio che italiani e neri vivendo e lavorando
insieme hanno sopportato fatiche e dolori che non potevano
che sfociare nel canto. E di sicuro i neri e gli italiani
cantavano nei campi. Probabilmente ognuno cantava la propria
canzone. Ma lavoravano fianco a fianco negli stessi campi
di cotone. E la musica, si sa, è come il vento, non
si può fermare. Ti entra dentro anche se non lo vuoi.
E chissà se le note degli uni non entrassero nelle
canzoni degli altri creando un canto collettivo che è
quello che unisce gli schiavi e i carcerati neri alle nostre
donne che lavoravano in risaia e in filanda. Quello che è
certo è che il canto unisce davvero i poveri e gli
sfruttati del mondo ed è l’unica medicina veramente
efficace contro il male di vivere, la malinconia. E allora,
se vi sentite giù, mettete un disco di blues …
a volte, soprattutto per noi italiani, funziona.
Fabrizio Poggi
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