Questa è una storia vera. Un
amico americano, che come me suona l’armonica, me l’ha
inviata via e-mail, pensando potesse in qualche modo toccarmi
il cuore. David, il mio amico americano, aveva ragione. Questa
storia mi ha commosso a tal punto che ho sentito quasi il dovere
di tradurla e raccontarvela a mia volta.
Quand’ero bambino, negli anni Quaranta del secolo scorso,
di tutte le famiglie povere della città, noi eravamo
quella più povera. Però Natale, allora come
oggi, è sempre stato un momento speciale per me. Dei
lavoretti che facevamo a scuola ogni anno, quello che preferivo
era costruire con la carta colorata le decorazioni per l’albero
di Natale. E immancabilmente, quando la scuola chiudeva per
le vacanze natalizie, io ero quello che si portava a casa
l’albero della nostra classe. Naturalmente almeno metà
degli aghi di quell’abete erano già finiti a
terra quando la scuola finiva, ma non m’importava: anch’io
avevo il mio albero di Natale.
Intorno al Natale 1947, avevo dieci anni all’epoca
e non nego che mi sarebbe piaciuto avere tutti i giocattoli
che avevano i miei compagni di classe. Il problema era che
noi, purtroppo, quei giocattoli non ce li potevamo permettere.
Mio padre aveva abbandonato la famiglia due anni prima e mia
madre, alla quale avevano diagnosticato un cancro, entrava
e usciva continuamente dall’ospedale. Quando arrivava
con l’inverno il freddo, io pregavo Gesù che
nevicasse. La neve, per me, significava potermi offrire al
vicino per spalare la neve di fronte a casa sua e potermi
quindi guadagnare qualcosa per comprarmi un dolcetto, una
sciarpa e magari un bel paio di guanti.
Gli inverni a Rochester in Minnesota sono particolarmente
rigidi e si soffre parecchio se non si hanno i vestiti giusti.
Qualche mese prima di Natale mia madre confezionava sempre
grembiuli, presine e portaritratti di stoffa che dava a noi
bimbi affinché li andassimo a proporre “porta
a porta” per cercare di racimolare qualche spicciolo.
Naturalmente noi “battevamo” i quartieri più
benestanti e debbo dire con tutta sincerità che la
maggior parte delle persone era davvero generosa con noi.
Molti ci davano del denaro senza volere in cambio la nostra
merce che ci invitavano a tenere per proporla ai “clienti”
più difficili.
Mia zia Mary che abitava in un sobborgo di New York, ci spediva
sempre diversi pacchi per Natale. Quello era uno di quei momenti
che nella nostra famiglia i bimbi, ed eravamo in sette, aspettavano
con maggiore trepidazione. Quel Natale, il Natale 1947 a scuola
c’era come ogni anno durante i giorni che precedevano
le festività, parecchia eccitazione. Tutti sembravano
particolarmente contenti: gli scolari, gli insegnanti, il
preside e soprattutto il signor Jones, il nostro bidello.
In quei giorni, entrava in ogni classe a suonare una canzone
di Natale con la sua armonica. Dopo averlo ascoltato suonare,
decisi che c’era una sola cosa che avrei voluto come
regalo per Natale: un’armonica a bocca. Ormai ne ero
talmente innamorato che non riuscivo a pensare ad altro. Dovevo
assolutamente avere un’armonica. Quando chiesi al bidello
cosa costava, capii però subito che quella era una
cosa al di fuori dalla nostra portata. Con un po’ di
delusione, ma anche con la speranza che ogni bimbo ha nel
cuore, dissi comunque almeno mille volte a mia madre che mi
sarebbe piaciuto ricevere un’armonica per Natale.
Il giorno di Natale si avvicinava sempre più, e i
pacchi natalizi di zia Mary non erano ancora arrivati. Ero
molto, molto preoccupato. Tra l’altro il signor Jones,
il bidello, mi aveva detto che se avessi ricevuto un’armonica
per Natale, lui mi avrebbe insegnato a suonarla.
Pensai che magari, per miracolo, zia Mary avrebbe potuto regalarmene
una…
Il fatto era che mancavano solo due giorni a Natale e il camioncino
della posta andava avanti e indietro nella nostra strada,
ma da noi si fermava solo per consegnarci buste contenenti
bollette da pagare. Me ne stavo fuori, seduto al freddo, sulla
massicciata vicino ai binari della ferrovia che passava vicino
a casa. Non posso non confessare che il mio cuore era pieno
di tristezza e scoramento. Pregavo Gesù perché
succedesse qualcosa.
E proprio quando pensavo che nessuno avesse ascoltato le
mie suppliche, il camioncino della posta si fermò davanti
a casa. Anzi, quel giorno il postino venne due volte, e finalmente
portò i pacchi che zia Mary ci aveva spedito.
C’era un regalo per ciascuno di noi, per la maggior
parte erano vestiti ma c’era sempre anche un piccolo
giocattolo per ogni bimbo della casa.
Quando tutti i pacchi furono aperti, la delusione si fece
strada nel mio animo.
Mi misi a sedere in disparte con la camicia che avevo avuto
in regalo sulle ginocchia e i miei occhi si riempirono di
lacrime. La mamma se ne accorse e mi chiese: “Cosa c’è
che non va Tom?”. “Non ho ricevuto l’armonica”
dissi piangendo. Lei mi sorrise dolcemente e poi disse: “Forse
dovremmo guardare meglio dentro ai pacchi, magari c’era
e noi non l’abbiamo vista”. Si mise a frugare
dentro a una scatola e, come per miracolo, tirò fuori
una piccola scatola grande esattamente quanto l’oggetto
che avrebbe trasformato i miei sogni di bambino in realtà.
Afferrai la scatoletta, l’aprii, tolsi l’involucro
e quello che apparve fu la più luccicante armonica
del mondo: una Hohner Marine Band in Do. Quasi superfluo dire
che in quel momento mi sentivo il bambino più felice
della città.
Nei giorni seguenti feci impazzire tutti suonando tutto il
giorno come un forsennato la mia nuova armonica. Naturalmente
i suoni disarticolati che uscivano dallo strumento erano piuttosto
lontani da ciò che si potrebbe definire musica. Per
questo mia madre, sovente, assordata dai miei “esperimenti
musicali”, mi invitava spesso ad andare a suonare la
mia armonica fuori, sulla massicciata accanto alla ferrovia.
Col passare dei giorni però, a poco a poco, cominciai
a prendere confidenza con lo strumento e ben presto riuscii
anche a tirarne fuori qualche melodia. Da quel momento in
poi, ogni volta che mi mettevo a suonare, tutti quanti, mamma
compresa, si sedevano per ascoltarmi, anche se magari quello
che eseguivo erano canzoni di Natale suonate in piena estate,
e quindi un po’ fuori stagione. Allora, il mio repertorio
era piuttosto limitato, ma al “mio pubblico” piacevo
anche così. La condizione di estrema povertà
aveva fatto di me un ragazzino estremamente introverso. Soffrivo
in maniera tremenda di un terribile senso d’ inferiorità.
Mi sembrava persino “strano” avere un’armonica
tutta mia. E suonarla mi faceva stare così bene che
soffiavo nella mia armonica persino nei miei sogni.
Un mese e mezzo prima dei miei tredici anni e del mio diploma
di terza media, l’ospedale ci chiamò nel cuore
della notte, dandoci una notizia che sapevamo che prima o
poi sarebbe arrivata. Mamma era morta. Passai molto tempo
sulla massicciata della ferrovia vicino a casa suonando la
mia armonica tutto solo. Restai lì per un tempo interminabile.
Poi arrivò il suo funerale. La mamma era diventata
la mia più grande ammiratrice quando suonavo il mio
piccolo strumento. Soffrivo tanto. Adesso ero davvero solo.
L’unica cosa che sembrava in qualche modo lenire almeno
per un po’ il mio dolore, era pensare che mamma fosse
ancora lì accanto a me, seduta anche lei sulla massicciata
ad ascoltare la mia armonica. Quando la seppellirono, appena
il funerale terminò, io non tornai a casa con i miei
parenti. Mi allontanai un po’ dal luogo della sepoltura,
aspettando che tutti se ne fossero andati. Poi mentre tre
uomini riempivano di terra la sua tomba, io mi sedetti sotto
a un albero poco distante, suonando per lei le sue canzoni
preferite, quelle di Natale.
Era metà aprile ma per qualche momento fu di nuovo
Natale e lei era ancora con me.
Lasciai il cimitero e camminando lentamente lungo la ferrovia,
m’incamminai verso casa, suonando la mia armonica mentre
le lacrime bagnavano il mio viso. Continuai a suonare fino
a che venne buio. Forse dentro di me c’era ancora la
speranza che il suono della mia armonica potesse farla tornare
dal posto in cui era andata.

Ma questa volta il miracolo per cui avevo pregato, non si
avverò. I miei parenti volevano mettermi in un orfanatrofio.
“Un armonicista non può stare in un orfanatrofio”
mi dissi, così scappai di casa diventai un vero e proprio
“ragazzo di strada”. Vivevo di piccoli lavoretti
e raccogliendo frutta e cotone, dormendo e mangiando dove,
come e quando potevo. A quindici anni falsificai la mia data
di nascita e mi arruolai nell’esercito. Naturalmente
l’armonica si arruolò con me. E la mia vecchia
armonica non mi abbandonò mai; neanche durante i mesi
dell’addestramento: si fece tutti i percorsi di guerra,
rotolò nel fango, imparò a sparare e a passare
sotto al filo spinato del nemico. Alla fine dei corsi ero
diventato un vero marine.
Adesso non c’era più solo l’armonica a
farmi sentire “come tutti gli altri” ma anche
una divisa che, così pensavo a quel tempo, mi aiutava
in qualche modo a scacciare quella maledetta sensazione d’inferiorità
nei confronti di chiunque.
Riuscii ad evitarmi per un soffio la Corea, ma alla fine
del 1968 io e la mia armonica fummo spediti in Vietnam. Ormai
il mio strumento prediletto aveva perso tutta la sua iniziale
lucentezza e i suoi coperchietti d’ottone cominciavano
a lasciar intravedere i segni degli anni. Avevo suonato quell’armonica
migliaia e migliaia di volte. Facevo parte di una piccola
squadra di ricognizione che doveva avanzare nella giungla
stanando il nemico prima che arrivasse il grosso della truppa.
Dovevano muoverci in assoluto silenzio e, per questo, tutto
ciò che indossavamo o ci portavamo dietro era stato
studiato appositamente per non emettere il benché minimo
rumore. Nonostante ciò, la mia armonica, seppur in
maniera discreta, veniva sempre con me. Ormai era diventata
non solo la mia compagna perfetta nei momenti di solitudine
e tristezza, ma anche una specie di porta fortuna che non
mi abbandonava mai.
Era l’alba del 25 dicembre 1969 e con la mia squadra
stavo tornando al campo base per festeggiare il Natale con
tutti i miei compagni. Eravamo stati nella giungla per quasi
sei settimane e adesso, stanchi e spossati, stavamo oltrepassando
una collina che ci avrebbe portato al nostro accampamento.
Improvvisamente incominciarono ad arrivare pallottole da tutte
le parti. Subito il mio piccolo gruppo si sparpagliò
e tutti cercarono rifugio tra gli alberi. Io mi nascosi dietro
un folto cespuglio. Stavo lì seduto, in silenzio, con
il fucile pronto a fare fuoco, cercando di capire cosa stesse
succedendo. Dopo qualche minuto ebbi come l’impressione
che il fuoco nemico si stesse spostando più a sud.
Non mi fidai però a uscire dal mio nascondiglio e,
per le due ore successive, rimasi nascosto dietro al cespuglio
attento, non solo a non fare alcun rumore ma anche ad ascoltare
attentamente tutto ciò che mi succedeva intorno. Fu
un tempo interminabile e la tensione che mi attanagliava era
altissima. Forse anche per questo, quasi involontariamente,
mi scoprii ad accarezzare l’armonica che tenevo nella
tasca davanti della camicia. Sempre in una sorta di trance,
la tirai fuori e comincia a stringerla nella mano. Mi avevano
sparato addosso non so quante volte dall’inizio della
guerra, ma me l’ero sempre cavata. Magari per il rotto
della cuffia, ma ero sempre riuscito, non so come, a portare
a casa la pelle. Più volte avevo pensato che forse
quell’armonica rappresentava il mio angelo custode,
che attraverso di lei mi proteggeva dai mille pericoli che
un soldato in guerra si porta appresso. Forse, pensavo, al
mio angelo custode piace come suono, visto che da quando ero
venuto in possesso di quello strumento ero sempre riuscito
a tirarmi fuori dalle situazioni più difficili.
Finalmente, dopo un tempo che mi era sembrato interminabile,
provai a uscire, con cautela, dal mio nascondiglio. Il proiettile
era in canna, il mio dito sul grilletto e tutti i miei sensi
erano pronti a far fuori il nemico prima che lui facesse fuori
me. Ero disorientato e mi ero perso. Non sapendo bene dove
andare, presi un sentiero a caso sperando che, prima o poi,
mi avrebbe riportato al campo base. Chissà quanti giorni
sarebbero passati prima di arrivare al quartier generale.
Sicuramente non avrei festeggiato il Natale con i miei commilitoni.
Era ormai pomeriggio inoltrato e stavo ormai camminando da
parecchie ore. Per fortuna non avevo incontrato pattuglie
nemiche. Non avevo però neanche incontrato i miei compagni.
Chissà dove si erano cacciati? Forse erano già
avanti e comunque non sarei riuscito a raggiungerli. Per questo
decisi di prendermela comoda e di fermarmi qualche minuto
per bere qualcosa e mangiare qualche galletta. Non lo nascondo,
avevo paura. La stessa paura che mi assaliva quando da ragazzo
mi sentivo solo dopo la scomparsa della mamma. La stessa paura
e sgomento che mi assalirono al cimitero il giorno che la
seppellirono. E poi sapevo, che da qualche parte, c’erano
nemici che non vedevano l’ora di farmi fuori. Per questo
cercai un paio di alberi e provai a nascondermi al meglio
mentre consumavo il mio pasto frugale. Dopo aver mangiato
le gallette e bevuto un po’ d’acqua, tirai fuori
dalla tasca la mia armonica e cominciai ad accarezzarla lentamente
e con dolcezza. Intanto tra me e me sussurravo: “Dovunque
tu sia, angelo custode, ti ringrazio per tutte le volte che
mi hai protetto, e ti prego… Ti prego, non abbandonarmi
neanche questa volta”.
Il ragazzo apparve dal nulla. Poteva avere dodici, tredici
anni al massimo, di questo non sono sicuro. Di sicuro invece
conoscevo molto bene l’arma che stringeva tra le mani.
Avevo purtroppo già visto tanti Viet Cong, vivi o morti,
con addosso quel micidiale fucile. L’AK 47 era un’arma
che non perdonava, e il ragazzo la stava puntando dritta all’altezza
del mio cuore. Rimasi seduto, stranamente calmo e con il fucile
appoggiato sulle gambe cominciai lentamente ad alzare le braccia
in segno di resa. Cominciai con il braccio destro, quello
che teneva in mano la mia adorata armonica. Poi con gesti
lenti e misurati con l’altra mano feci scivolare delicatamente
il fucile dalle mie gambe a terra e con un piede lo allontanai
da me.
Il ragazzo stava sempre lì. Silenzioso. Non un gesto,
non una parola. Con il fucile sempre puntato verso di me,
sporse un poco la testa per vedere che cosa tenessi nella
mano destra. Cercai di muovere l’armonica attraverso
il palmo della mano sino ad arrivare a tenerla tra il pollice
e l’indice. Così, pensavo, potrà vedere
che non si tratta di un’arma. Con il braccio sinistro
ancora alzato, molto lentamente portai l’armonica alle
labbra e cominciai a suonare una canzone di Natale.
Gli occhi del ragazzo a quel punto si fecero grossi due volte
più del normale, e uno strano sorriso si fece spazio
sul suo viso. Continuai a suonare cercando di non farmi prendere
dal panico neanche quando, qualche secondo dopo, mi ritrovai
completamente circondato da una dozzina di Viet Cong con i
fucili spianati. Uno di loro, probabilmente il capo, si portò
in fianco al ragazzo. Poi successe qualcosa che, ancor oggi,
fatico a spiegarmi. Il capo disse qualcosa al ragazzo, qualcosa
che naturalmente non compresi, e subito dopo il ragazzo abbassò
l’arma che puntava contro di me. E lo stesso fecero
tutti i suoi compagni.
Io intanto continuavo a suonare la mia canzone di Natale come
se intorno a me non accadesse assolutamente nulla. Dopo qualche
minuto, il ragazzo mi si sedette davanti, e i suoi compagni
fecero la stessa cosa. Il ragazzo, o meglio, il giovane soldato,
frugò all’interno della sua camicia e tirò
fuori un laccio di cuoio a cui era appesa una piccola croce
di legno intarsiata a mano. Me la porse sia per farmela vedere
sia per farmi capire che anche lui, anche lui credeva in Gesù,
proprio come me.
Per tutta l’ora successiva io suonai e risuonai tutte
le canzoni natalizie che avevo in repertorio mentre i miei
“nemici” mi seguivano sorridendo e battendo il
tempo con le mani.
Suonare l’armonica fa venire sete, e quindi, a un certo
punto, dovetti fare una pausa per bere un po’ d’acqua
dalla mia borraccia. Mi sarebbe davvero piaciuto poter parlare
con loro. Mi sarebbe piaciuto dire loro quanto mi dispiaceva
che fossimo nemici intenti a combattere una guerra che nessuno
di noi aveva voluto. D’altronde anche loro combattevano
per quella che credevano una giusta causa. Proprio come me.
Ancor oggi non sono davvero sicuro di come andarono le cose,
so solo che a un certo punto una voce cominciò a dirmi
con insistenza di dare la mia amata armonica al ragazzo.
Era una voce che sentivo solo io, ma il suo tono era deciso
e il suo comando forte e inequivocabile. Tra me e me risposi
alla voce che mai e poi mai mi sarei separato dal mio adorato
strumento. La voce non mi stette nemmeno a sentire e continuò
a ripetere fermamente il suo ordine: “DAI L’ARMONICA
AL RAGAZZO”. A malincuore, porsi l’armonica al
Viet Cong, che quasi timidamente esitò a prenderla.
Solo quando gliela diedi una seconda volta, accompagnando
la cosa con gesti insistenti, il ragazzo si decise ad accettare
l’offerta. La prese, la portò quasi furtivamente
alla bocca e soffiò nello strumento con tutto il fiato
che aveva in corpo. Ciò che ne uscì furono gli
stessi suoni disarticolati che facevo io con quell’armonica
nei primi giorni in cui mi era stata regalata tanti anni prima.
Tutti i suoi compagni scoppiarono in una fragorosa risata
e il loro capo gli fece segno di restituirmela. Quando io
mi rifiutai di riprenderla, il ragazzo tirò fuori nuovamente
il ciondolo di cuoio con la croce di legno e a segni mi propose
di tenerlo in cambio della mia armonica. Confuso e disorientato,
ma in qualche modo con il cuore più leggero, me lo
misi intorno al collo.
Il gruppo si mise a discutere in disparte per alcuni minuti,
poi uno di loro prese il mio fucile e se lo mise in spalla.
Il loro capo mi fece segno di alzarmi e di seguirli. Camminammo
per un bel po’ verso sud, fino a che non fece buio.
Allora il comandante fermò la spedizione e ordinò
al Viet Cong di rendermi il fucile che aveva in spalla. Prima
il ragazzo, e poi, a uno ad uno tutti gli altri uomini, mi
si avvicinarono a turno e mi strinsero la mano dicendomi quelle
che forse erano le uniche parole che conoscevano nella mia
lingua: “Merry Christmas – Buon Natale”.
Poi il loro capo, a segni, m’indicò un sentiero
che portava a una collina. Mi fece capire che subito oltre
avrei trovato il mio campo base. Li salutai e m’incamminai.
Era ormai quasi mattino quando mi ritrovai un paio di fucili
che, uscendo dai cespugli, puntavano proprio contro di me.
Erano i miei compagni ormai sicuri che fossi caduto in mano
ai nemici e che fossi stato prigioniero se non addirittura
ucciso dai “terribili” Viet Cong. Solo allora
capii che i miei “nemici” mi avevano fatto fare
una scorciatoia che mi aveva non solo permesso di recuperare
lo svantaggio accumulato nel momento in cui ero perso, ma
anche di raggiungere in poco tempo la mia squadra.
Erano giorni che non dormivo, e quando arrivai al campo crollai
in un profondo sonno ristoratore. Era tanto che non sognavo,
ma quella notte sognai. Sognai che ero seduto sulla massicciata
della ferrovia e suonavo la mia armonica. Poi sognai che ero
sotto gli alberi del cimitero a suonare le canzoni preferite
dalla mamma. Feci anche un altro sogno. Sognai che ero in
montagna e me ne stavo seduto tranquillamente circondato da
Viet Cong ad ascoltare canzoni natalizie suonate da un loro
giovane commilitone con la stessa armonica che mia zia Mary
mi aveva spedito ventidue anni prima.
Mi alzai felice e inquieto allo stesso tempo. Mentre mangiavo
il primo pasto decente da non so più quanto tempo,
mi trovai a riflettere su quanto stupida fosse quella maledetta
guerra che stavamo combattendo. Decisi che non avrei più
voluto farne parte e che non avrei sicuramente sparato più
un solo colpo o tolto una sola vita. E così feci.
Fortunatamente il mio periodo di servizio stava finendo e
sebbene avessi in mente di fermarmi per altri sei mesi, dopo
il mio incontro con “il ragazzo della giungla”,
decisi di lasciare quel posto e l’esercito per sempre.
Quando l’aereo che mi portava a casa fece scalo alle
Filippine, all’aeroporto comprai un’armonica nuova.
Un’armonica esattamente uguale a quella che avevo dato
al ragazzo in Vietnam. L’unica differenza era che questa
era immacolata e scintillante. Non era consunta e stonata
come l’armonica che avevo suonato centinaia di volte
per la mamma e che mi aveva protetto e consolato per così
tanto tempo; ma anche questo nuovo strumento, una volta riposto
nella mia tasca, cominciava a infondermi coraggio e fiducia
nel domani.
Questo è quello che successe circa trent’anni
fa. Adesso anche quell’armonica comprata nelle Filippine
ha perso tutta la sua iniziale lucentezza e anche i suoi coperchietti
d’ottone cominciano a lasciar intravedere i segni degli
anni. Non potrebbe essere altrimenti. Ho suonato quell’armonica
migliaia di volte, e oggi è ancora qui sul mio tavolo,
pronta a tenermi compagnia nelle pause del mio lavoro di scrittore.
Oggi il mio pubblico di ascoltatori è formato essenzialmente
da quattro vecchi cani che mi fanno compagnia mentre al computer
scrivo le mie storie. Storie che molto spesso, come in questo
caso, coincidono con la “mia” storia. L’armonica
è lì a ricordarmi tutte le cose buone che mi
sono successe in questa vita. E non sono poche. E quando mi
sono successe, l’armonica era sempre lì, al mio
fianco. Come quella volta, il giorno di Natale, sulle colline
del Vietnam. L’armonica è lì sulla mia
scrivania a ricordarmi che c’è un angelo custode
che veglia su di me. E non ho dubbi che questo angelo custode
sia proprio mia zia Mary. Come dite? Che fine ha fatto la
croce di legno che il ragazzo mi diede in cambio della mia
armonica? E’ ancora qui, davanti a me, appesa al muro,
proprio sopra lo schermo del mio computer. E anche lei è
lì a ricordarmi che i nostri “nemici” sono
uomini come noi che amano e pregano lo stesso Dio. Quello
stesso Dio che sicuramente soffre quando ci vede ammazzarci
l’un l’altro. Qualunque sia la causa per cui combattiamo.
Quello stesso Dio che forse sorride, quando racconto alla
gente di quel giorno in cui, come per miracolo, un’armonica
mi ha salvato la vita. Un’armonica, un miracolo e un
angelo custode.
Eh sì, da quel giorno credo ciecamente ai miracoli.
Così come credo che tutte le nostre preghiere siano
ascoltate e quando possibile esaudite da colui che ci sta
accanto nei nostri momenti più difficili: il nostro
angelo custode.
A proposito, vi ho già detto che anche se avevo espresso
almeno mille volte alla mamma il desiderio di avere un’armonica
per Natale, lei non ne fece parola con anima viva né
tantomeno con zia Mary? E vi ho raccontato che qualche anno
più tardi, quando ero già grande, zia Mary mi
giurò che nessuno gli aveva detto che avrei voluto
un’armonica per Natale? Zia Mary mi disse che sentì
come una voce, dentro, che le sussurrava che forse mi sarebbe
piaciuto avere un’armonica.
E voi, voi credete ai miracoli?

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