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Una grande
giornalista che scrive su Rolling Stone (la più prestigiosa
rivista di musica americana ) ha detto che "..in un mondo perfetto
Jimmy LaFave sarebbe una delle più grandi rock star del mondo…"
Non credo che questo interessi a Jimmy, più di tanto, a lui credo
siano bastate le parole della figlia di Woody Guthrie che gli ha detto
che nessuno canta o, meglio, sente le canzoni di suo padre come lui.
Effettivamente ad andare ad ascoltarsi la versione di Oklahoma Hills
di Jimmy che è registrata su Trial c'è da farsi venire
la pelle d'oca. Quando ho conosciuto a Austin Jimmy LaFave non sapevo
realmente neanche chi fosse. Ero al Threadgill uno dei locali più famosi
della città soprattutto per la jam session che si tiene il mercoledì e
dove si possono trovare Lyle Lovett e Joe Ely, Ponty Bone e Flaco Jimenez… ma
il Threadgill è famoso (o almeno lo era perché adesso,
purtroppo, ha chiuso) perché lì si esibiva una cantante
texana che quando esploderà nel mondo del rock lo farà in
un modo che nessuno potrà dimenticare. Sto parlando di Janis,
Janis Joplin.
Non conoscevo Jimmy, eppure lui era stato in Italia, mi parlava di promoters
improvvisati e di come tutto purtroppo dovesse girare intorno a certa
gente che (sono le sue parole) sono una sorta di "mafia della musica
roots americana". Detto per inciso la stessa cosa mi avrebbe detto
qualche anno dopo il dolcissimo Champ Hood, oggi purtroppo scomparso,
che aveva avuto modo di provare l'esperienza della, come lui la chiamava, "corte
dei miracoli" italiana.
Quella sera al Threadgill è stata una grande sera. Fare una jam
session da Dylan a Muddy Waters dalla Band alla Bamba con sul palco gente
come Jimmy, Willy Jaye, Ponty Bone e i migliori session men di Austin è una
cosa per la quale sento ancora adesso i brividi lungo la schiena. (saranno
i cheap trills di Janis ?!?)
Adotto
un bisonte, oh meglio il bisonte lo adotta mia moglie Angelina. Attraverso
un disco di Jimmy scopriamo che c'è una associazione in Oklahoma
che sta cercando di preservare i bisonti (the buffalos come li chiamano
in Texas) dall'estinzione. Sono dei volontari, gente tosta che chiede
solo un pugno di dollari per adottare un cucciolo di bisonte. E' una
specie di dovere morale. Come possono un musicista e sua moglie lasciare
che l'animale che rappresenta lo spirito dell'America, lo spirito dei
nativi, il continente americano stesso diventi un ricordo.
Angelina mia moglie, adotta Sweet Pea. Non è un granchè di
nome per un bisonte ma mi sembra un buon inizio. La mia incredibile metà naturalmente
subito scrive a Jimmy per renderlo partecipe del lieto evento. Naturalmente
a casa nostra appesa sul muro c'è la foto di Sweet Pea (che adesso
sarà alle medie) mentre pascola felice sulla terra rossa dell'Oklahoma.
Quando
decido di incidere il mio disco americano "Nuther world" mi
accorgo che una canzone che tra l'altro io avevo scritto a vent'anni
sul mio primo amore poteva essere la canzone ideale in cui Jimmy avrebbe
potuto fare il coro. Era una canzone sulla nostalgia, d'altronde come
dice Jerry Jeff (Walker) e io sono abbastanza d'accordo, "si possono
avere tanti amori nella vita, anche più grandi e più intensi
ma ci sono certe passioni che non si dimenticheranno mai".
La canzone si chiamava (e si chiama) "Midnight song" - canzone
di mezzanotte. Quando siamo in studio in Texas proviamo a chiamare Jimmy
al telefono a casa per chiedergli se potrebbe venire a fare un po' di
background vocals sul nostro disco. Ma purtroppo Jimmy è sulla
strada, d'altronde non è proprio lui che ha dedicato intere canzoni
al nastro d'asfalto e ha voluto intitolare un intero album alla strada
che ti ipnotizza, ti affascina e ti uccide come una mantide religiosa "Highway
trance".
Una sera, ormai il disco era praticamente finito, avevo perso ogni speranza
di potere avere Jimmy ospite sul mio disco, siamo andati al Continental
Club a vedere quello che era il gruppo preferito dalle giovani cowgirl
texane i Reckless Kelly. A metà di quello che posso sicuramente
affermare essere stato uno dei migliori live act mai visti nella mia
vita, ecco entrare nel locale Jimmy scortato da una serie di loschi figuri,
che, verrò poi a sapere in seguito essere italiani e appartenere
a quella genia di persone che pensano che l'America (sigh!) sia di loro
proprietà. Nonostante questo improbabile cordone di sicurezza
Angelina, che da sempre, si sa , è infatuata della splendida voce
di Jimmy LaFave, si precipita da Jimmy raccontandogli la storia dell'adozione
del bisonte e riannodando i nodi di una amicizia musicale e non iniziata
l'anno precedente.
Jimmy ed io abbiamo ricordato quella mitica jam al Threadgill e vedendolo
molto entusiasta nel rinverdire questi ricordi, gli ho detto che avevo
tenuto da parte una canzone dove lui mi sembrava naturale potesse fare
dei background vocals come Dio comanda.
Jimmy è uno di noi, non diventerà mai una star del pop,
però il giorno dopo alle quattro era in studio e, dopo aver ascoltato
la canzone mi ha detto : "Hey è una canzone bellissima, peccato,
mi sarebbe piaciuto scriverla.." A quel punto quella vecchia volpe
di Merel Bregante, il produttore propone a Jimmy un duetto: dice: "Fabrizio
canta la prima strofa e tu, Jimmy la seconda." Riuscite ad immaginare
quanta emozione nell'insegnare ad uno degli artisti che più stimo
(perché è uno vero e credo che voi mi capiate) le parole
e la melodia di Midnight song, e lui che pazientemente imparava, sbagliava,
si confondeva e poi… il miracolo: quando entra la voce di Jimmy in Midnight
song io capisco perché Dio ha inventato la musica. Jimmy però è giusto
che tu sia pagato per il tuo tempo, la tua arte, tu non sei una star,
ma non vogliamo essere in debito con te.
E allora Jimmy apre la borsa tira fuori una maglietta dove c'è il
suo nome e raffigurato un bisonte e la regala ad una raggiantissima Angelina
e poi dice : "Quando passerò per Voghera, tenete in caldo
un piatto di pasta anche per me…"
E se ne va sul suo furgone di nuovo sulla strada. In America Jimmy LaFave
sta diventando un cult artist, una specie di mito e io spero che presto
il mondo diventi perfetto così Jimmy diventerà una rock'n'roll
star. Oh forse no, forse è meglio così.
Sapete che Dylan ha così tanta stima di Jimmy che è stato
visto più di una volta seduto ai suoi concerti travestito con
parrucche e occhiali scuri. Poi qualcuno lo ha riconosciuto, gli ha rotto
i coglioni e Bob se n'è tornato a casa. Ma pare non manchi mai
ai concerti di Jimmy, perché anche lui ha capito che dietro la
magnifica voce di Jimmy c'è l'anima di un grande.
Il miglior
disco di Jimmy? Il primo "Austin skyline" registrato tutto
dal vivo nella effervescente Austin dei primi anni '90 dove davvero
c'era il nuovo movimento roots, l'alternative country e tutto quanto.
E poi ditemi chi altri poteva cantare "Girl form the north country" dopo
Dylan?
UP
(la
musica Celtica e la Louisiana).
Che ci fosse qualcosa
di celtico nella mia anima musicale, molto tempo prima della mia avventura
con il progetto Turututela, si poteva sospettare anche ascoltando il
primo cd dei Chicken Mambo, anno 1992, che si chiude con una specie
di “giga” (Susan song). Questo pezzo l’avevo imparato da una violinista
cajun in Louisiana l’anno precedente. Lei, che si chiamava, appunto,
Susan, mi aveva assicurato che quella melodia, che a me sembrava “maledettamente” celtica,
veniva da molto lontano: forse era arrivata lì tanto tempo prima
dal Canada da dove gli Acadiani, gli odierni Cajuns dovettero fuggire.
Più tardi ho scoperto quanto sottile fosse la linea anche musicale
che divide il Sud degli States dal Quebec, dall’intero Canada sino
ad arrivare a Cape Breton. Susan, la violinista, mi aveva tra l’altro
raccontato la bellissima storia di Evangeline.
Era il 1760 quando gli inglesi sbarcano a Gran – Prè nell’Acadia
Canadese, incendiano tutto, distruggono il villaggio e cacciano via i
francesi dal paese. Evangeline e Gabrièl, il figlio fabbro, si
amano da tanto tempo e decidono di sposarsi prima che il vento della
guerra spazzi via tutto… anche il loro amore. E poi, il fuoco, gli spari,
le grida, la gente che fugge, la confusione, il sangue, la paura e …Non
c’e tempo neanche per un addio, per un ultimo straziante bacio, nemmeno
il giorno delle proprie nozze. Evangeline e Gabrièl vengono divisi,
Evangeline è lì, sola sulla spiaggia che odora di morte
e il suo amore chissà dov’è…
E allora Evangeline parte per un lungo viaggio che la porterà attraverso
tutto il continente americano a cercare, per anni e anni, dappertutto,
il suo Gabrièl, ma del suo amore, disperato, nessuna traccia.
Scomparso, in prigione …ucciso? Il suo interminabile viaggio per le terre
ed i fiumi della grande America dura una vita, fino al giorno in cui
ormai vecchia, stanca e senza più speranze trova il suo Gabrièl
morente, in un piccolo paesino della Louisiana, nel povero e cadente
ospedale di Saint Martinville, lontano migliaia di miglia da dove lo
aveva lasciato, ma dove non avrebbe mai pensato di ritrovarlo. ”Gabrièl,
sono io, la tua Evangeline!!!”, ma dal suo amore non riesce ad avere
che un ultimo sguardo prima che gli angeli lo portino lassù, nel
Paradiso dei cajuns dove violini e organetti suonano tutto il giorno.
Se vi capitasse mai, un giorno, come è capitato a me di andare
a Saint Martinville, in Louisiana vedrete che al posto del vecchio ospedale
adesso c’e un grande albero con vicino la statua di Evangeline che aspetta
il suo amore. C’è anche un piccolo prato dove dormono, spesso
sconosciuti e trascurati Evangeline e Gabrièl. I turisti frastornati
dal fragore festoso di New Orleans gli passano accanto e purtroppo, molti
di loro, non sapranno mai nulla del grande amore di Evangeline.
Proprio quell’anno
il 1992, credo fosse inverno, propongono ai Chicken Mambo di aprire
in un piccolo teatro vicino a Como (il posto preciso non lo ricordo,
ma non è importante) per Richard Thompson, che a ragione era
ed è considerato uno dei più grandi musicisti (e chitarristi)
che il folk rock ci abbia mai regalato. A quell’epoca i Chicken Mambo
erano soprattutto una band che voleva riproporre “ la musica che si
suona al Carnevale di New Orleans”, quindi aprire il concerto per una
leggenda come Richard Thompson , che tra l’altro avrebbe suonato da
solo, accompagnandosi esclusivamente con il suono della sua splendida
chitarra, ci aveva messo parecchio in agitazione. A contribuire a non
tenerci del tutto tranquilli, c’erano poi gli sguardi e i commenti
di una serie di personaggi “appassionati” di folk e dintorni, che non
riuscivano a comprendere come una band “casinista” come i Chicken Mambo
potesse aprire per un grande del rock (seppure folk) come Richard Thompson.
Molti di questi li ritroverò di nuovo sulla mia strada, dopo
qualche anno nel ruolo (piuttosto repellente) di giornalisti prezzolati
al soldo di multinazionali del disco o di riviste musicali che hanno
la stessa credibilità di Novella 2000. Comunque al nostro promoter
di allora tutto questo non faceva né caldo né freddo,
perché arriva nel backstage e mi dice: “Vieni Fabrizio che ti
presento una delle più belle persone che tu abbia mai incontrato.
Richard, che stava sistemando la sua chitarra, mi ha accolto con quel
particolare calore che spesso i più grandi artisti hanno quando
approcciano un mister nessuno come me. Mi sentivo a mio agio, tranquillo,
eppure sapevo di avere davanti una persona che la settimana prima aveva
suonato e prodotto musica da disco di platino per la grandissima Bonnie
Raitt. E allora comincio a parlargli del mio amore per la musica di
New Orleans e della Louisiana, e lì, ho capito, ancora una volta,
che la musica celtica e quella cajun dovevano, per forza, avere qualcosa
in comune. Richard mi ha raccontato della sua amicizia con Michael
Doucet dei Beausoleil e di come prima o dopo avrebbero sicuramente
fatto un disco insieme (cosa che qualche anno dopo avverrà regolarmente)
e di come la sua canzone “ Tear stained letter” riarrangiata da Jo-El
Sonnier in chiave cajun fosse diventata un must nelle balere del Sud
degli Stati Uniti.
A questo punto mi sento davvero a casa mia, e gli strappo un: “Hey Richard,
potremmo suonare una canzone insieme?” “Ma perché una sola canzone,
facciamone, almeno due”, mi risponde Richard e continua “Quale delle
mie canzoni conoscete?” Io avrei voluto dirgli tutte, però il
problema era la band (metà di loro non sapeva nemmeno chi fosse
Richard Thompson). Comunque, con il capo chino, ho detto a Richard la
verità, incrociando le dita e sperando di non avere ferito la
sua sensibilità di artista. Richard mi ha sorriso e mi ha chiesto: ”Ma
Hank Williams lo conoscete, vero?”, e alla mia risposta affermativa sul
palco quella sera i Chicken Mambo con special guest Richard Thompson
hanno suonato “Jambalaya” e “Honky Tonk Blues” con una passione realmente
fuori dal comune. La band, forse, non lo sapeva, ma stavamo vivendo un
momento davvero indimenticabile della nostra vita. Grazie Richard.
Una signora americana dopo un mio concerto in Texas mi ha detto che quando
canto o suono la mia armonica, ci metto dei sentimenti che loro, gli
americani, di solito tengono da parte per le occasioni speciali. Beh,
con Richard Thompson quella sera siamo stati noi a provare le stesse
emozioni.
L’aver suonato con
Richard Thompson, tra l’altro, mi ha portato anche una piccola fortuna
di tipo economico.
Qualche anno dopo mi trovavo su di un taxi, ad Austin, Texas. Il taxista,
un giovane universitario, si stupiva di come noi italiani avendo una
cultura musicale così alta: la musica classica, l’opera eccetera
(ci ha anche cantato un drammatico accenno di “La donna è mobile”),
fossimo così appassionati di musica tradizionale americana che
lui considerava musicalmente così bassa. Beh, io gli ho dato la
solita risposta, e cioè che innamorarsi di qualcosa o di qualcuno è assolutamente
irrazionale e, quindi, non si può spiegare.
Comunque gli ho raccontato un po’ la storia della nostra band e anche
l’episodio con Richard Thompson.
Il taxista si è fermato di colpo proprio davanti ad “Allen Boots”,
il miglior negozio di stivali di Austin, si è girato e mi ha chiesto
con due occhi grandi come due palle da biliardo: “Davvero hai suonato
con Richard Thompson, che per me è il più grande cantautore
del mondo e la sua canzone “The great Valerio” è un autentico
capolavoro?”. Mi sono ripreso anch’io un attimo dalla brusca frenata
e dalla sorprendente rivelazione e gli ho risposto che sì, davvero
avevo suonato due canzoni di quel cowboy di Hank Williams e che (grazie
a Dio) ero arrivato. Non vedevo l’ora di comprarmi un paio di veri stivali
di pitone, per poter staccare ancora meglio il tempo sulle tavole di
legno dei palchi delle balere texane ( le mie vecchie Clarks non facevano
abbastanza rumore).
Il taxista non ha voluto neanche un dollaro per la corsa: mi ha detto
che uno che ha suonato con il suo idolo non pagherà mai per viaggiare
sul suo taxi. Io, comunque, il suo biglietto da visita ce l’ho ancora.
Qualche tempo fa Ali
Bain, per me, il più grande violinista scozzese, che tra l’altro
ha realizzato un bellissimo documentario sulla musica cajun edito qualche
anno fa dalla Shanachie, mi ha detto che la musica celtica e quella
cajun hanno la stessa anima… Poi è arrivata la terza birra e… il
discorso ci ha portato chissà su quale nuvola.
Forse inglesi e scozzesi
qualcosa da farsi perdonare da Evangeline dopotutto ce l’hanno.
UP
Non ho mai conosciuto Johnny
Cash. E Dio solo sa quanto mi sarebbe piaciuto
parlare con lui. Adesso questa cosa è diventata davvero
difficile perché lui se ne è andato, il 12 settembre
2003, a 71 anni, l’età di mio padre, per il peggioramento
del suo diabete. Chissà adesso quante ne scriveranno su
di lui, dimenticandosi che Johnny ci ha lasciato per raggiungere
il suo amico “fuorilegge” Waylon, scomparso l’anno scorso, ma soprattutto
per riprendere a cantare con la sua June, la sua compagna, che
lo aveva lasciato lo scorso maggio. Così Johnny la descriveva
nella sua biografia del 1997: “Quello che June faceva per me era
mettere segnali sul mio cammino affinché io non perdessi
la strada, lei mi teneva su quando io ero debole, e mi incoraggiava
quando di coraggio ne avevo poco, e mi amava quando mi sentivo
solo e abbandonato. Lei è stata la più grande donna
che abbia mai conosciuto, quella che di più mi ricordava
mia madre”.
Il mio incontro con lui, Johnny, è stato al mitico Sun
Studio di Memphis, Tennessee dove lui appariva in una gigantografia,
appesa al muro, dove c’erano fotografate quattro delle figure più leggendarie
che incidevano in quella importante sala di registrazione negli anni ’50.
C’erano: Carl Perkins, Elvis, Jerry Lee Lewis e
Johnny a rappresentare la continuità con le radici del
suono americano, quelle ballate folk che uscivano dalla chitarra “che
uccideva i fascisti” e dalla voce di Woody Guthrie. Anche Johnny Cash
era nato povero in Arkansas in piena Depressione nel 1932. Figlio di
braccianti fu spazzato via dalla polvere e dalle cavallette (un altro
dust bowl children) e Stephen Holden sul New York Times il giorno che è morto
ha scritto di Johnny: “Lui è stato il più grande poeta
nella nostra musica tradizionale. Nessuno come lui riusciva a cantare
per la povera gente che lavora: le sue canzoni dure, dirette come un
pugno nello stomaco, descrivono la vita dei braccianti, dei minatori,
dei cowboys, (quelli sui quali c’è poco da divertirsi), di chi
costruiva la ferrovia, degli operai alienati nelle fabbriche”.
Avevamo, e forse abbiamo ancora due cose in comune io e il grande Johnny
Cash: tutte e due suoniamo l’armonica, (
beh, lui l’ha suonata poco, io un po’ di più) e abbiamo avuto
la fortuna di incontrare due donne straordinarie che ci hanno aiutato
quando siamo caduti dentro il buco nero della vita.
June Carter Cash che lui ha sposato nel 1968 gli ha davvero salvato la
vita, tirandolo fuori, non sempre con successo, dalla droga e dall’alcol,
spesso inevitabili compagni di strada degli artisti più sensibili.
L’unicità della sua voce baritonale d’altri tempi, il suo look
che faceva pensare ad un undertaker cowboy, ad un becchino dei cowboy,
lo ha fatto davvero entrare tra quei personaggi mitici che attraversano
il tempo e le generazioni. Lui cantava le canzoni delle nuove generazioni
e le nuove generazioni cantavano le sue canzoni. Il più grande
figlio di quella figura leggendaria nel panorama folk americano che è Woody
Guthrie e cioè il giovane Bob Dylan da Duluth, Minnesota, quando
ha voluto fare un album dedicato alle proprie radici musicali e cioè Nashville
skyline, non potendo avere Woody Guthrie a cantare con lui, ha scelto,
senza pensarci troppo chi già stava cantando per la povera gente,
per i diseredati, i prigionieri, i soldati mandati da Johnson e Nixon
a morire e a far morire la gente in Vietnam, pieni di eroina ed allucinogeni,
e cioè The man in black: Johnny Cash.
A proposito di Nashville e Vietnam, Johnny Cash e gli altri tre outlaws
i fuorilegge più famosi: Willie Nelson,
Waylon Jennings e Kris Kristofferson, lasciarono quella Nashville
piena di lustrini e ipocrisia (splendidamente raccontata anche da
Altman nell’omonimo film) per una strada lontana mille miglia dalle
grandi case discografiche, ma vicino alla gente come loro, la gente
per la quale cantavano.
Questo ha permesso a Johnny di portare il suo famoso ritmo Boom-cicka-boom
in Vietnam o nelle prigioni dove la gran parte del popolo americano soffriva
per quella grande ingiustizia che è la negazione dei diritti civili.
Ed è proprio in quegli anni che la parola country, peraltro inventata
dall’industria discografica, diventa sinonimo di canzonacce, arrangiate
con gusto pessimo (e oggi con il new country non è che sia cambiato
molto) e pieni di testi demenziali che parlano di patriottismo e di altre
cazzate simili costringendo quindi i folksingers, veri e non di plastica,
come Johnny Cash ed altri a suonare davvero le canzoni dell’altra America,
per l’altra America.
La loro non era una contestazione, era un modo di vivere, di pensare,
di cantare.
Mi ha fatto davvero ridere leggere le parole che famosi giornalisti musicali
italiani hanno scritto sul rapporto tra Johnny Cash, la droga, l’alcool
e la galera.
Due noti giornalisti musicali cialtroni, hanno scritto che Johnny ha
passato metà della sua vita in galera. Purtroppo questi coglioni
non sono neanche capaci di leggere tutti gli articoli che sono usciti
(ahimè in inglese) in tutto il mondo civile: Johnny Cash ha
passato un giorno solo in galera, per il possesso di pillole, che
con la presentazione di una ricetta medica sarebbe stato legale avere
con se.
Nessuno, invece, ha parlato di quella profonda depressione
che tormentava la sua anima (la stessa di Jim
Morrison, di Townes Van Zandt, di Luigi Tenco), che si leggeva
nei suoi occhi e che lo costringeva a vivere disperatamente una eterna
lotta (che io tra l’altro conosco bene) tra la voglia di lasciar perdere
tutto e la voglia di andare in giro a raccontare storie.
E allora, chi ti può aiutare meglio degli psicofarmaci o dell’alcol?
Per chi vive nel mondo normale tutto sembra semplice, ma vi assicuro
che l’anima di un artista è la cosa più complicata da decifrare.
Nella sua carriera Johnny Cash ha registrato più di 1500 canzoni,
dal Blues (come ci rimarranno male i miei amici appassionati di New Country)
ai canti religiosi, passando attraverso le canzoni dei cowboys (quelli
che non divertono), le canzoni degli indiani, dei costruttori delle ferrovie,
e persino quelle per i bambini, anche se le sue prese di posizione contro
il potere politico del suo paese, contro la pena di morte (memorabile
il suo intervento musicale nella colonna sonora del film Dead man walking),
a favore della campagna di sensibilizzazione sull’AIDS (a proposito,
da brivido la sua performance di Forever Young di Dylan sulla raccolta:
Red, Hot + Country), gli hanno negato la trasmissione delle sue canzoni
nelle radio più importanti d’America.
Ray Cash, suo padre era stato davvero un hobo, un bracciante vagabondo,
che per colpa della Depressione, si muoveva per cercare lavoro viaggiando
sui tetti dei vagoni ferroviari e Johnny, Johnny questo non lo ha mai
dimenticato.
E’ vero, non è stato abbastanza in galera come sarebbe piaciuto
ai buffoni travestiti da giornalisti musicali del nostro paese, ma … non
c’è bisogno di stare tanto in galera per capire che ci si sta
davvero male, e che, i veri delinquenti (e noi italiani questo lo sappiamo
bene) spesso sono fuori.
Mi fanno un po’ sorridere i gangstarapper, i rappers arrabbiati con i
loro testi contro lo strapotere della polizia, soprattutto se vado a
leggere il testo di Folsom prison blues che Cash cantava in pieno schifosissimo
maccartismo americano.
Non è stato certo perdonato Johnny Cash quando ha cantato la ballata
di Ira Hayes (più tardi portata al successo da Bob Dylan) il cui
testo racconta di un eroe di guerra, nativo americano, che rispetto ai
suoi commilitoni ricoperti di medaglie e di onori, viene dimenticato
e cade nella trappola dell’alcol che presto lo porterà, prima
ad essere discriminato (cosa peraltro quasi scontata per un pellerossa)
e poi, alla morte per fegato spappolato dall’alcol (così scrisse
il coroner sul referto medico legale).
Il suo legame con il folk, con la musica delle radici del suo paese,
incomincia al Festival di Newport nel 1964 quando conosce Bob Dylan,
ma, il suo nuovo e consapevole incontro con la musica tradizionale
americana si consoliderà diventando il genero della leggendaria
Mother Maybelle Carter, colei che sarà per anni un faro nella
notte per chiunque vorrà addentrarsi nel mondo della musica
popolare americana, colei che riporterà alla luce antichissime,
bellissime e sempre attuali canzoni tradizionali, come Amazing grace
e Will the circle be unbroken .
A proposito di Mother Maybelle Carter da ascoltare (l’unico prezzo da
pagare è la pelle d’oca) la versione di Johnny nel brano dedicato
al giorno in cui lei è mancata, contenuto nel terzo volume di
Will the circle be unbroken della Nitty Gritty Dirt
Band.
Le parole di Johnny prima della esecuzione della canzone dedicata alla
mamma di sua moglie, saranno per sempre scolpite nel mio cuore.
Il suo sogno, come dice nella sua biografia curata da Patrick Carr, era
quello di morire sul palco, sotto le calde luci del palcoscenico con
la sua June vicino, la sua band e tutta la gente che gli voleva bene.
Sapeva benissimo che questo è il sogno di ogni artista…
Però chi ci può impedire di sognare la nostra morte?
Il disco che vi consiglio di ascoltare è: American recordings
che ha vinto il Grammy Awards come miglior album folk nel 1994.
E’ uno dei più bei testamenti che le mie orecchie abbiamo avuto
modo di ascoltare in questi anni.
Fate un piacere a me, Bob e Johnny: restate sempre giovani (Forever young)
oppure come ho letto una volta sulla schiena di un motociclista, di un
bikers a Lampasas, Texas: “Fai un dispetto al tuo
becchino, vivi per sempre…”.
UP
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Mia moglie Angelina ha
una rosa tatuata sul braccio. E’ una rosa gialla, una rosa gialla del
Texas.
Bob Wills che viveva in Texas negli anni ’30 era stato letteralmente
ipnotizzato dai ritmi sincopati dello swing e voleva fare qualcosa che
nessuno aveva mai osato prima: suonare la musica delle big band con gli
strumenti e i suoni del folk e del country.
Voleva portare quella musica, dove i sassofoni sono sostituiti dai violini,
dalle grandi città come New Orleans, Kansas City, Chicago e New
York alle “dancehalls”, le immense balere del Texas. Per molti anni i
suoi “Texas Playboys”sono stati la più grande band di “western
swing” di tutta l’America. Tanti, tantissimi i violinisti che si sono
alternati nelle varie formazioni della band: dal più famoso Johnny
Gimble allo sconosciuto musicista di provincia. C’era una sola
regola per suonare il violino con i Texas Playboys: essere bravi. John
Raby non era solo bravo, ma, come lui sosteneva, aveva “inventato” il
violino a 5 corde, uno strumento ancora più versatile del fiddle
tradizionale e che sembrava davvero perfetto per suonare western swing.
Il giorno che John è andato in cielo a raggiungere il suo band
leader Bob Wills, il suo “mitico” violino è passato
a suo figlio Don.
Ho conosciuto Don Raby nella più famosa dancehall
di Austin, Texas: il “Broken Spoke” (lo “spoke” è il raggio
della ruota di un carro).
Quella sera Don, suonava con Chris Wall. Di lui mi aveva subito colpito
non solo il tipo di violino che suonava ma soprattutto mi avevano letteralmente
lasciato senza fiato gli entusiasmanti duetti che divideva con il chitarrista
Kenny Grimes, autentiche galoppate strumentali che mandavano assolutamente
in visibilio tutte le persone presenti, che ballassero o che stessero
sedute ad un tavolino a sorseggiare una birra.
Per questo ho deciso di inserire il “sound” di
Don nel brano di “Nuther World” dedicato agli angeli
dei desperados che aiutano i cowboys quando cavalcano da soli nelle praterie
della vita, in una notte buia e tempestosa. Don Raby era davvero
la persona dolce che avevo conosciuto la sera prima. A tavola, una volta
finita la registrazione mi ha raccontato parecchi aneddoti sia su Bob
Wills, storie che aveva “ereditato” dal padre, sia sugli artisti (e che
artisti!) con i quali aveva suonato: Hank Thompson, Don Walser, Hank
Williams Jr., George Strait e Ricky Scaggs.
La canzone più famosa di Bob Wills, è stata “San Antonio
Rose”, e a proposito di rose sentite che cosa mi ha raccontato Don sulla
canzone tradizionale “The Yellow Rose of Texas” .
La rosa gialla del Texas, non era un fiore
ma una bellissima ragazza creola. Yellow Rose, era l’appellativo
con cui nell’800 nel sud degli States, i giovanotti amavano chiamare
le belle e sensuali ragazze mulatte.
A lei è dedicato il brano che è diventato “l’inno non ufficiale
del Lone Star State (lo Stato della Stella Solitaria)”.
Di questa bellissima e forte donna di colore, e “di frontiera” si dice
che salvò l’esiguo esercito texano da una sicura e tragica sconfitta
nella triste, famosa e decisiva battaglia di San Jacinto, per l’indipendenza
del Texas il 21 aprile 1836. Emily West era il nome di questa incredibile
donna. Passando una notte con il terribile e sanguinario generale messicano
Santa Ana (il quale l’aveva vista lavorare come schiava in un ranch
vicino alle loro postazioni), allentò l’attenzione di quest’ultimo
da eventuali attacchi texani, permettendo agli uomini del generale Houston,
di attaccare l’accampamento dei soldati messicani sconfiggendoli definitivamente
e decretando così la tanto agognata (do you remember Alamo?) indipendenza
del Texas.
Questo gesto di grande sacrificio (che forse solo una donna può capire
fino in fondo) diede la libertà a lei (che non fu mai più schiava
di nessuno) e a tutto lo stato della Stella Solitaria.
Chissà quanto di questa storia è leggenda e quanto è realtà.
L’unica cosa sicura è che quando ascolto “Desperado Angel” mi
fa sempre una certa impressione sapere che quello è il violino
che ha suonato con Bob Wills, che come dice Waylon Jennings “…is still
the King of western swing…”
UP
L’ottavo
giorno Dio creò il blues. Questa è una frase
che dico spesso ai concerti perché esprime un concetto nel
quale credo fermamente. Non sono affatto sicuro, come si dice a New
Orleans, che San Pietro ci guardi da lassù durante gli show
e si segni i nomi di chi non canta a squarciagola con me per usarli
il giorno del giudizio universale, ma, che ci sia sopra di noi qualcuno
che abbia, in qualche modo, inventato la tristezza e la malinconia
e la musica per esprimerla, di questo sono più che certo.
Non so se mi sia nato prima l’amore per l’armonica o per il blues,
quello che so, è che la prima armonica che mi ha rubato il
cuore è stata quella dei Doobie Brothers
in “Long train running”.
Avrò avuto
si e no dieci anni: ma che suono quell’armonica! La
libertà è una cosa di cui ho sempre sentito il
bisogno e le regole mi stanno ancora un po’ strette. Ecco perché a
quattordici anni ho fatto “il mio bel libretto di lavoro” e sono entrato
in fabbrica. In quel posto, davvero terribile, ho fatto esperienze
che puoi trovare solamente quando suoni o ascolti un blues. All’epoca,
per me, la musica blues era soprattutto quella dei Rolling
Stones degli inizi, anche perché trovare dischi della “musica
del diavolo” per un ragazzo di provincia nella prima metà degli
anni settanta non era certo facile. Però “ci davo dentro” e
piano piano ero riuscito a farmi una discreta raccolta di dischi di
blues.Uno dei “padelloni” a trentatre giri che più consumavo
era il primo lavoro di John Mayall e i
Bluesbreakers (con Clapton alla chitarra). Centinaia, migliaia, le
volte in cui avrò ascoltato l’assolo di chitarra di “All your
love” o quello di armonica di “Parchman farm”. Tentavo a quei tempi
di “seguire” con l’armonica questi dischi, ma era difficile, molto
difficile, e d’altronde non c’erano libri, non c’erano metodi, non
c’era nulla. L’unica cosa era provare e riprovare.
La frustrazione però aumentava
ogni giorno di più e mentre ero quasi sul punto di “mollare
tutto” e passare oltre accaddero due episodi importantissimi per la
mia vita di “apprendista armonicista”. Il primo riguarda l’incontro
quasi casuale con un amico chitarrista che mi spiegò in pochi
secondi “il trucco” per suonare l’armonica blues. Avete letto bene: “pochi
secondi”, ed io…io che avevo passato settimane a “rovinarmi” le labbra
senza tirar fuori nulla di “accettabile” dalla mia armonica ed ecco
che con una semplice spiegazione il mio piccolo ma meraviglioso strumento
suonava il blues.
L’altro episodio che,
se mai ce ne fosse stato bisogno, accese in me la passione per il blues
e per l’armonica fu vedere e soprattutto sentire Paul
Butterfield suonare con la Band nel film “The last waltz” il
fantastico brano di Junior Parker che porta
il nome di “Mistery train”. Ebbene quella versione splendida del classico
portato al successo da Elvis Presley, magnificamente cantato da Levon
Helm insieme con l’“incredibile assolo di armonica” di Paul Butterfield
ebbero sul mio corpo, ma soprattutto sulla mia anima l’effetto di una
autentica esplosione.
A “peggiorare” ulteriormente
la situazione ci si mise pure Muddy Waters,
figura che consideravo leggendaria avendo letto tantissimo di lui,
avendo ascoltato i suoi dischi ma non avendolo mai visto dal vivo,
con una formidabile versione di “I’m a man”, nella quale l’armonica
di Butterfield seppure in secondo piano creava un effetto di tensione
che avrebbe fatto venire brividi di emozione a chiunque. Figuriamoci
a me. E poi vedere questo anziano di colore fronteggiare una band di
giovani bianchi che lo veneravano e lo “rispettavano” come un semidio,
mi fece capire più cose sul blues di quanto tutti i libri che
avevo letto sull’argomento fino ad allora avessero mai fatto.
Da lì sono partito e subito dopo l’infatuazione per Paul Butterfield
venne quella per James Cotton. Ho avuto tra l’altro l’onore di aprire
il concerto che questo grande ha fatto nell’ambito del “Pistoia Blues
Festival” 1993. Ah, che grande emozione poter scambiare quattro chiacchiere
prima del concerto con colui che era davvero il mio armonicista preferito
in quel momento: gli confessai, (d’altronde se ne sarebbe accorto) che
metà delle frasi musicali che avrei suonato quella sera venivano
dai suoi bellissimi dischi.
Mi ricordo, come se fosse oggi, di quanto James fosse eccitato dal fatto
di poter suonare attraverso un radiomicrofono con la possibilità di
poter “passeggiare” su e giù per il palco senza la classica “rottura” di
essere collegato ad un cavo: per un musicista della sua generazione questa
invenzione per noi “quasi banale” doveva avere in sé qualcosa
di straordinario. Un altro leggendario armonicista per il quale ho “aperto” al
teatro Colosseo di Torino è il grande Charlie
Musselwhite. Anche in questo caso tremori alle gambe e salivazione
azzerata erano garantiti. Ma Charlie è una persona dolce e disponibile
e quando gli ho raccontato delle mie paure, ad aprire il concerto per
un grande artista come lui (che tra l’altro è stato uno dei miei
armonicisti preferiti per anni) mi ha detto di non preoccuparmi e che
comunque (se la cosa mi poteva aiutare) anche lui era sempre un po’ nervoso
ed agitato prima di un concerto, insomma gli esami non finiscono mai…
Quello è stato un periodo di grandi emozioni per me e per i Chicken
Mambo. Più o meno nello stesso anno aprimmo il concerto anche
per un grandissimo batterista jazz: Billy Cobham.
Il leggendario musicista americano è stato, suo malgrado, protagonista
di un episodio abbastanza emblematico. Venivo da un periodo di cocenti
delusioni da parte di due artisti italiani (che tra l’altro musicalmente
stimavo): avevo “aperto” i concerti di Bennato e Mingardi che con noi
si erano comportati da “grandi star”, non degnandoci nemmeno di un saluto.
Ebbene Billy Cobham, un “monumento” della batteria moderna, mentre i
suoi musicisti italiani andavano in albergo a riposare, si è voluto
fermare al festival al quale partecipavamo entrambi (l’Arenzano Blues
Festival) e seduto su una sedia della prima fila, si è “goduto” tutte
le nostre “prove dei suoni”,con somma angoscia del nostro batterista
di allora: il “seppur bravissimo” Corrado Ciceri.
Alla fine delle prove Billy si è complimentato con noi e a Corrado
(che era praticamente genuflesso) ha detto bellissime parole sul suo
modo di suonare la batteria nei Chicken Mambo.
Una autentica lezione di stile.
Questo è quanto spesso mi hanno insegnato i grandi artisti che
ho incontrato durante tutti questi anni: lezioni di vita che avevano
tutte un unico denominatore comune: il Blues, ma anche l’umiltà come
stile di vita. Non ricordo più chi me lo ha detto, sicuramente
un grande, ma nella vita e certamente nella musica bisogna essere curiosi
di tutto, perché, da tutto e da tutti si può sempre imparare
qualcosa: dal grande artista all’ultima della band che questa sera sta
suonando in cantina.
UP
Champ Hood o
meglio Deschamps “Champ”Hood è sempre
stato un musicista mitico per me, sin dai tempi in cui lo ascoltavo suonare
con Walter Hyatt e David Ball nella Uncle Walt's Band, oppure quando
accompagnandolo con il suo violino, aiutava Lyle Lovett a diventare quel
grande e affermato artista che è adesso. L'avevo anche ascoltato
e apprezzato come chitarrista nel disco dal vivo che Jerry Jeff aveva
registrato alla “Gruene Hall”, una delle balere più famose dell'intero
Texas. In pratica il paese non ha abitanti, l'unica cosa che ha è questa
mitica dancehall. Per quell'occasione, Jerry Jeff si era circondato d'amici
musicisti, rodati e fidati, e quindi con Lloyd Maines e Ponty Bone aveva
chiamato per suonare, e, non solo il violino, ma anche la chitarra, il
bravissimo Champ.
Ho conosciuto Champ in un famosissimo locale d'Austin,
il Trheadgill's. Lui era lì, a partecipare alla leggendaria jam
session che si tiene in quel locale, il mercoledì, da più di
mezzo secolo e da cui sono usciti tanti musicisti che hanno poi sfondato
nella musica rock, prima fra tutte la meravigliosa e inimitabile Janis
Joplin. Ebbene
si, invitato da Ponty Bone quella sera ho calcato le stesse "assi" del
palcoscenico che ha tenuto a battesimo forse la
più gran cantante
di rock blues che sia mai esistita. Al Threagill c'è una bellissima
foto di Janis, mentre canta scatenatissima su quel “mitico” palco e,
di questo potete stare sicuri, che mettere i piedi sopra a quelle assi
procura un'emozione che ti toglie il respiro. In ogni caso sono salito
su quel palco ( con le gambe che mi tremavano)invitato da Ponty Bone
e qui ho avuto modo di conoscere finalmente e di poter suonare con una
persona veramente gentile e con un musicista dal cuore davvero grande:
Champ Hood.
Quando ho chiesto a Merel Bregante ( all'epoca il mio “produttore” e” batterista
americano”) di raccontarmi qualcosa a proposito di Champ, sotto il punto
di vista umano, la prima cosa che mi detto è stata: ” Champ è diverso
da qualsiasi musicista ti capiti di incontrare ad Austin perchè Champ,
per certi versi è davvero un artista a tutto tondo .
Lo vedi camminare per la strada, alto, magro, allampanato con i suoi
tratti da aristocratico inglese d'altri tempi e i capelli arruffati a
coprire una testa sempre avvolta dalle nuvole e… e quando lo chiami per
salutarlo Champ ha quasi un sussulto come se si
stesse risvegliando da un bellissimo sogno”.
L'anno seguente all'episodio del Threadgill's, quando
ho fatto il mio disco” americano”, Champ era molto impegnato tra dischi
e tournèe,
ma quando l'ho invitato a suonare il suo violino dai coloro musicali
emozionanti, lui si è reso subito disponibile. E' stato
davvero grande registrare con lui quella bellissima canzone d'amore che è Jolie
Blonde: a lui piaceva moltissimo l'amalgama musicale che creava il mio
organetto e il suo strumento.
Era stato a suonare anche nel nostro paese accompagnando quel bravissimo
e misconosciuto cantautore che è Dirk Hamilton(quello che ha scritto:
Una volta cantavo per cambiare il mondo, adesso
canto perché il
mondo non cambi me – una frase che davvero avrei voluto scrivere io tanto
queste parole mi risultano familiari - ). Champ però, era tornato
a casa, in Texas, amareggiato da quel tour, aveva probabilmente conosciuto
persone poco affidabili, di quelle che mettono il profitto davanti all'arte,
e Champ da vero artista n'aveva sofferto molto. Chi vive e lavora di
e con la musica dovrebbe essere sempre una persona speciale, purtroppo
specialmente nel nostro paese non è sempre così.
Dei tanti Heroes and Friends che ho avuto l'immensa fortuna ( e di questo
ringrazio Dio) di conoscere in questi anni, Champ è uno di quelli
che, purtroppo, se n'è andato, e troppo presto, in un brutto giorno
di novembre del 2001. E ci manca Champ, ci manca da morire. E ci mancherai
ancora di più, caro Champ, tutte le volte che suoneremo Jolie
Blonde, e tutte le volte che ci ricorderemo dei bellissimi momenti passati
insieme, delle lunghe chiacchierate che abbiamo fatto mangiando gli spaghetti
che Angelina cucinava in Texas, ogni mezzogiorno che Dio manda sulla
terra, tra una session e l'altra.
Mi ricordo come se fosse oggi, dell'espressione che avevi parlando di
tuo figlio e di com'eri orgoglioso che stesse diventando un gran musicista.
Champ, indimenticabile artista e fratello di musica, non sarai più dove
eri, ma sarai sempre ovunque noi siamo…
Se n'avete la possibilità procuratevi “Sol Power” lo stupendo
disco dal vivo di Toni Price, la parte di violino nel traditional “the
old fiddle waltz” è dolce e commovente, piena di nostalgia per
un mondo che non c'è più. Che suono quel violino! Il suono
del violino di Champ Hood, il suono di un musicista dal cuore grande.
Fabrizio Poggi ©
UP
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“Quando sarò morto prendete la mia pelle e fatene la sella per il cavallo di una signora, così io potrò stare per sempre tra le due cose che ho amato di più nella mia vita: i cavalli e le donne”.
Questa è una strofa di “Here's to horses” una canzone che il cowboy Mike Blakely ha dedicato ai cavalli e che ha voluto che io “impreziosissi” con quella che lui chiama la “campfire harmonica” (che si potrebbe tradurre come “l'armonica del bivacco”, ma, lo direbbe anche Guccini – tra la via Emilia e il West – non rende l'idea allo stesso modo). Ho conosciuto Mike ad un barbecue (che in Texas non è una semplice “grigliata” ma un rito vero e proprio) nel suo ranch: il Rancho Quien Sabe sulle colline che circondano Austin. Il posto era bellissimo, immerso in un boschetto con tanto di piccolo torrente: una vera delizia della natura. E' lì che Mike si rintana per scrivere i suoi libri “western” o meglio le sue storie che parlano di cowboys e indiani, cercatori d'oro e fuorilegge. Il suo ultimo libro che narra l'epica storia di un fiero guerriero Comanche, ha venduto centinaia di migliaia di copie in tutti gli States, facendogli vincere prestigiosi premi letterari. Mike è anche il Vice Presidente degli scrittori di narrativa western. Il presidente di questa associazione è il famosissimo (e tradotto, strano ma vero anche da noi) Cormac McCharty che ha scritto il bellissimo libro “All those pretty horses” diventato anche un film e arrivato nel nostro paese con l'incomprensibile titolo di “Passione ribelle”.
A presentarmi Mike è stato “naturalmente” Donnie Price (niente succede in Texas senza che ci sia il suo zampino!), e, dopo il pranzo, com'è d'uso, ognuno ha “tirato fuori” il proprio strumento musicale e si è organizzata una jam-session. Sapevo che Mike, timidamente, scriveva canzoni, a volte proprio tratte dalle storie che poi sviluppava nei suoi romanzi, così gli chiesi di cantarmi qualcosa. Quelle canzoni, il suo modo di raccontarmi le storie che parlavano dei valori cari ai cowboys come la giustizia, la lealtà e l'amicizia mi affascinarono a tal punto che gli proposi di venire a cantare e a raccontare quelle cose, qui, in Italia. Mike è un vero cowboy e ha passato buona parte della sua vita a studiare la cultura e la storia che stanno dietro all'immagine autentica dei cowboys, a volte, davvero lontana da quella un po' stereotipata che abbiamo noi qui in Europa.
Mia moglie Angelina compì uno dei suoi tanti “miracoli” e organizzò un vero e proprio tour per Mike che tra l'altro non aveva mai suonato “davvero” davanti ad un pubblico e che quindi dovette anche formarsi una band della quale faceva parte anche la mia armonica. Il successo fu tanto e tale da spingere Mike a prendere sul serio la sua carriera di musicista e da quel giorno, era l'aprile del 1987 (lo ricordo bene perché una notte tornando da un concerto trovammo la neve – ad aprile! -) il mio amico cowboy ha fatto cinque dischi e centinaia di concerti in Europa e negli Stati Uniti. Per la seconda volta un italiano scopriva l'America (senza fare però danni come purtroppo è successo da Colombo in poi)! In cambio Mike (che ha un fisico forgiato dal vento delle grandi pianure del Texas, tanto è vero che una volta dopo essersi bevuto – e non sto scherzando – trenta birre e non so quanti whisky, ha guidato in una notte piena di pioggia da Arezzo a Pavia senza mai fermarsi), mi ha raccontato durante i viaggi di ritorno dai concerti tante e affascinanti storie sul “vero” volto dell'America dei pionieri, tanto diverse da quelle che spesso ci sono state raccontate dal cinema e dalla televisione, dove i “buoni” erano sempre e solo dalla stessa parte. E io gli ho raccontato la mia storia. Una storia di come il destino cambia la vita delle persone, addirittura a volte gliela salva.
Avevo su per giù dieci anni, quando mio padre mi ha regalato una bellissima pistola giocattolo. Era stupenda, aveva il manico di madreperla e costava un sacco di soldi. Mio padre era un operaio e quindi la mia famiglia non nuotava certo nell'oro, ma io avevo insistito così tanto, che lui me la comprò. Nel pomeriggio dello stesso giorno sono andato a giocare nei giardini della stazione, e c'era un ragazzino zingaro, seduto su di una panchina che suonava una vecchia armonica arrugginita. Io mi sono subito innamorato di quel magico suono e allora gli ho chiesto se volesse scambiarla con la mia pistola nuova di zecca. Naturalmente lui ha detto subito di si. Mio padre immaginerete non è stato molto contento dello scambio, tutt'altro, ma forse, forse era destino che andasse a finire così. D'altronde Mike Blakely me l'ha sempre detto: ”Sei solo un cowboy nato nel posto sbagliato, il tuo cavallo è un sogno, la tua pistola una canzone.” EEEEEEEEAAAAAAAAAH!
UP
THE AMERICAN FOLK BLUES FESTIVAL 1962-1966
Ho visto la luce! L'ho vista un'altra volta. Non credevo, davvero, potesse
succedere di nuovo di provare quelle forti emozioni che mi aveva procurato
il vedere Paul Butterfield soffiare dentro la sua armonica o Muddy Waters
cantare nel film “The Last Waltz” eppure, a quasi vent'anni di distanza,
mi sono di nuovo innamorato del Blues.
L'attore americano James Stewart
descrivendo il cinema una volta disse che i film sono “pezzetti di vita”,
ed è vero, il cinema è immortalità, chi vive dentro
ad un film non morirà mai. La stessa cosa, forse, si potrebbe
dire dei dischi ma le registrazioni sonore, si sa, sono come voci nel
buio, non hanno corpo… Alzi la mano chi non ha mai sognato di vedere
un filmato nel quale Robert Johnson incide una delle sue “famose” 29
canzoni (ma la stessa cosa si potrebbe dire della nostra “mitica”, cantante
popolare Giovanna Daffini). Nessuno filmò Robert Johnson, nessuno
andò giù nel Mississippi per metter su pellicola quello
che si suonava nei juke joint, quei localacci malfamati dove il blues “si è fatto
le ossa”. Adesso però c'è un film che rende giustizia e
porta emozioni nel cuore di chi non ha vissuto quella grande epopea che
fu l'American Folk Blues Festival. Negli anni sessanta questo “carrozzone” itinerante
composto dai migliori artisti blues di quel tempo, incendiò l'anima
di decine di musicisti in tutta Europa. In Inghilterra, l'impatto fu
talmente forte da fare esplodere quasi contemporaneamente il fenomeno
del British Blues.
Con questo film possiamo finalmente vedere quello
che per anni abbiamo soltanto immaginato. Pensate, davvero, all'effetto
che può avere su di un appassionato di musica popolare afro americana,
di Blues, il poter vedere i propri “eroi” al meglio della loro forma,
suonare e cantare le loro canzoni più famose, che per uno strano
scherzo del destino, sembrano brani del tutto nuovi. Sono le stesse canzoni
solo che stavolta le “vedi”!. E poi è anche una questione di giustizia
che finalmente mette sullo stesso piano gli appassionati di blues di
ogni latitudine. Gli ancora giovani Muddy Waters, Howlin Wolf, T- Bone
Walker, John Lee Hooker, Sonny Terry, Brownie McGhee e Lightin' Hopkins
che si esibiscono al fianco di artisti seminali e leggendari come Big
Joe Williams, Sippie Wallace, Roosvelt Sykes e soprattutto il grande
Sonny Boy Williamson, poco prima che la vecchiaia e le malattie li portassero
via per sempre. Le canzoni “miracolosamente” filmate dalla televisione
tedesca sono in questo film in versioni completamente inedite. Essere
al festival nel 1965 ti poteva permettere di “vedere” qualcosa di incredibile,
come ad esempio Big Mama Thornton, Big Walter Horton (un altro dei miei
eroi), J. B. Lenoir, Doctor Ross e John Lee Hooker (si proprio lui!)
suonare l'armonica tutti nello stesso brano, ballando mentre aspettano
il loro turno di assolo, come se fossero davvero in Texas, a Chicago
o nel Mississippi. Ad accompagnarli un giovanissimo Buddy Guy e “l'inventore
della batteria blues” il mitico Fred Below. Guardando questo film ti
senti veramente nei panni di John Mayall, Eric Clapton, i Rolling Stones
e centinaia di altri musicisti inglesi che hanno avuto la fortuna di
vedere tutto questo “ben di Dio” quarant'anni prima di noi.
E se la visione di questo film ha avuto su di me un effetto “devastante” nonostante
la mia età non sia più quella di un ragazzo, posso solo
immaginare cosa avranno provato negli anni sessanta i blues lovers a “vedere” il
grande Sonny Boy accompagnare il giovane (e a volte, sigh, un po' criticato
dai “puristi” dell'epoca che non apprezzavano e non capivano il suo folk
blues elettrificato) Muddy Waters, in una swingante versione della sua “Got
my mojo working”.
Beh, guardare Sonny Boy seduto che suona l'armonica e canta la stessa
canzone che, cento volte noi tutti, appassionati di blues, abbiamo cantato, è qualcosa
di difficile da descrivere con le parole… Vedere il viso compiaciuto
dello stesso Muddy Waters (un maestro per la mia generazione) quando
divide il palco con i suoi eroi Victoria Spivey e Lonnie Johnson, o ammirare
Junior Wells mentre suona “Hoodoo man” accompagnato non da Buddy Guy
ma da un bravissimo (e da sempre sottovalutato) Otis Rush , sopra il
tappeto musicale creato dal contrabbasso del grande (anche di dimensioni)
Willie Dixon e dal piano di Otis Spann e Memphis Slim è davvero,
davvero emozionante!.
Guardare il vecchio, un po' curvo e dinoccolato Sonny Boy che presenta
il poco più che ventenne Hubert Sumlin accarezzandogli la spalla, è un
momento che ti fa trovare (e tu sai perché) con gli occhi lucidi.
Ma la cosa che davvero respiri come dolce, magica e toccante guardando
questo film, è l'atmosfera che c'è tra i musicisti che
compongono la carovana del festival: un'atmosfera piena di soddisfazione
perché finalmente le loro canzoni vengono amate e rispettate da
tutti, al di là del colore della pelle. A quell'epoca in America,
era ancora difficile per un nero suonare il blues al di fuori dei soliti “giri” destinati
alla gente di colore. Guardando Sonny Boy Williamson che è arrivato
al festival dopo una vita intera dedicata al blues, si vede benissimo
che è piacevolmente frastornato ed emozionato, quando alla fine
delle sue esibizioni gli applausi rasentano l'ovazione.
In quegli anni, nel suo paese, Sonny Boy era davvero un signor nessuno
e qui in Europa il suono della sua armonica blues era apprezzatissimo
nei teatri dove di solito si eseguivano brani di Mozart e Beethoven.
E' stato solo dopo la bellissima epopea dell'American Folk Blues Festival
che gli americani si accorsero di che tesoro avessero in casa. Un tesoro
che quarant'anni dopo, farà piangere di commozione un musicista “consumato” mentre
guarda uscire dal televisore e suonare per lui gli “eroi” dell'American
Folk Blues Festival.
Il film è reperibile in due DVD editi dalla REELIN' IN THE YEARS
PRODUCTION /L.L.C. and EXPERIENCE HENDRIX e distribuiti dalla Universal
Music and Video.
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