Heroes e friends storie by fabrizio poggi
Fabrizio poggi storie di un musicista
John Inmon
JERRY JEFF WALKER
Willie Nelson

Fabrizio Poggi

photo by Poggi Sergio
THE AMERICAN FOLK BLUES FESTIVAL 1962-1966 >>>
 
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Jerry Jeff Walker and Fabrizio poggi
Zachary richard
Jimmy lafave
W.Nelson
Richard Tompson
Jonnhy Cash
Don Raby and Fabrizio Poggi
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Il blues by Fabrizio Poggi

Avevo 16 anni, e nelle mia stanzetta di un grande paesone del Sud della Lombardia, ascoltavo i grandi cantautori americani di quegli anni: gente come Bob Dylan, Neil Young, Jackson Browne, e ….E poi c'era un giovane cantautore che suonava una canzone bella e triste. Lui era Jerry Jeff Walker, la canzone era "Mr. Bojangles".
Mr Boiangles era un ballerino di Tip Tap o roba simile. Era piuttosto famoso e girava il sud degli States esibendosi nei locali più esclusivi e alle feste che si tenevano in quelle splendide ville che Via col vento ha immortalato per sempre.
Poi, purtroppo un giorno il suo povero cane morì, e da allora il povero Bojangles era diventato triste. Erano passati vent'anni da quel giorno ma lui non si era più ripreso. Adesso si esibiva per una birra e qualche soldo in locali scalcinatissimi ma mantenendo comunque la sua dignità di artista anche quando gli ubriachi lo canzonavano lanciandogli una moneta e gridandogli Balla Mr Bojangles!.

Questa storia mi aveva preso in maniera incredibile. Suonavo e risuonavo questa canzone sognando di duettare con Jerry Jeff sulla veranda di una casetta immersa tra le verdi colline che circondano Austin, Texas. Certo non avrei mai pensato che venticinque anni dopo io e lui avremmo cantato insieme una mia canzone. Nel 1999 quando ho iniziato a registrare il disco dei Chicken Mambo Nuther World tra i tanti bravi musicisti contattati c'era naturalmente John Inmon il mitico chitarrista di Jerry Jeff. Volevo fortemente il suono della chitarra nel brano che più mi aveva ispirato Jerry Jeff e cioè su I'm on the road again , un pezzo che io avevo appunto scritto ispirandomi alla vita zingara dei musicisti così ben raccontata dal cantautore Texano. John Inmon è venuto in studio e ha suonato splendidamente con noi tra un piatto di spaghetti italiani e racconti sulla vita on the road.

Quando se n'è andato ha portato via con sé un nastro con il provino della canzone che aveva suonato e una lettera per Jerry Jeff dove io raccontavo cosa vuol dire andare in giro a suonare nel nostro Belpaese, specialmente una musica che devi suonare con tanta passione per potere sopportare sacrifici e umiliazioni che tanta, troppe volte i musicisti provano in questo mondo non proprio perfetto. John mi ha raccontato di aver lasciato sia la cassetta che la lettera sulla macchina di Jerry Jeff. Qualche giorno dopo Jerry Jeff telefona a John Inmon dicendogli in tono scherzoso: ho come l'impressione che tu abbia suonato con questi ragazzi italiani meglio di quanto tu faccia con me. E poi ho letto la lettera di Fabrizio e Angelina e mi sono commosso pensando a quanto possano fare le canzoni attraversando gli oceani e le montagne e raccogliendoci tutti quanti intorno ai veri valori della vita. John anche lui in tono scherzoso ha detto a Jerry Jeff: Questi ragazzi non hanno un soldo, però sarebbe bello che tu andassi a trovarli in studio.


E Jerry Jeff, 60 anni, 250 concerti all'anno in ogni parte d'America e del mondo ha trovato il tempo di venire in studio, ha avuto la pazienza di imparare una canzone scritta 20 anni prima da un ragazzo che strimpellava la sua chitarra in una piccola stanzetta di un grande paesone del sud della Lombardia. Siamo diventati amici. Jerry Jeff mi ha raccontato storie e aneddoti che hanno riempito il mio cuore e la mia anima. Un giorno, non lontano, li racconterò anche a voi.
E… Mr Bojangles lui, Jerry Jeff, l'ha conosciuto davvero a New Orleans in una cella di prigione. Jerry Jeff era lì perché era salito sul tavolo di un ristorante raffinato e in preda ai fumi dell'alcol si era messo a recitare una poesia d'amore ad una ragazza appartenente ad una ricca famiglia sudista. Mr Bojangles era dentro come al solito per vagabondaggio e perché ogni tanto come diceva lui, ormai alcolizzato, alzava un pochino il gomito.
E' stato come un sogno per me, ma si sa, a volte in America i sogni si avverano. E quando suono dal vivo questa canzone penso sempre a dove sarà quella sera Jerry Jeff a suonare.
Magari in un locale sperduto là nel profondo cuore del Texas.

E' molto difficile per me scegliere i dischi più belli di Jerry Jeff però ce ne sono tre che per me sono particolarmente significativi:
Il primo è MR BOJANGLES dove Jerry Jeff è accompagnato dal grande David Bronberg alla chitarra e dal favoloso ma purtroppo sottovalutato Don Brooks all'armonica ( tra i miei maestri d'ramonica).
Il secondo è VIVA LUCKENBACH registrato dal vivo in una delle più incredibili dance hall Texane dove tra l'altro ho realizzato un altro mio sogno suonando con Pat Green su di un palco dove è passato tutto il country rock degli anni settanta.
Il terzo è il bellissimo GYPSY SONGMAN una sorta di autobiografia musicale dove Jerry Jeff risuona tutte le sue canzoni più conosciute rivestendole di arrangiamenti acustici, semplici ma bellissimi.
Hi, Fabrizio, Jerry Jeff Walker here….

JERRY JEFF WALKER :

" MR BOJANGLES" RHINO R2 71518
" VIVA LUCKENBACH!" RYKODISC RCD 10268
" GYPSY SONGMAN" A LIFE IN SONG TRIED AND TRUE CD 6161

UP

Di Willie Nelson o più semplicemente di Willie come lo chiamano in Texas si sa tutto o…quasi.
Io vorrei raccontare Willie da una angolazione un po' speciale, un Willie visto attraverso una lente diversa che lo rende ancora più leggendario. Willie Nelson per gli americani, tutti, rappresenta l'America più autentica. Il suo ritratto sul disco "Spirit" secondo il mio amico e "suo" saltuario bassista Donnie Price rappresenta davvero un paesaggio western: sul suo viso scavato dalle rughe ci sono i percorsi degli indiani e dei pionieri fuse, incredibilmente, su di un unico volto. Ho conosciuto Willie a Helotes in Texas, un paesino vicino a San Antonio. C'era aria di festa quella sera e Willie parlava e suonava con tutti durante il sound check che lui naturalmente fa giù dal palco: sono anni che non prova un microfono, lui va al sound check solo per incontrare gli amici e… d'altronde ormai tutti sanno come deve suonare la voce di Willie.

Ho parlato con Willie, ho suonato la mia armonica, gli ho raccontato della mia difficile vita di musicista di "insuccesso", mi ha detto che gli piacerebbe venire a suonare in Italia, gli ho fatto ascoltare qualche brano del disco "Turututela" (all'epoca era solo un progetto). Le storie delle canzoni gli erano piaciute molto, specialmente quella su Giovanna Daffini. Mi ha detto: "Se lo incidi in Texas, mi piacerebbe suonarlo…"chissà se se ne ricorda ancora. Quella sera, come ogni sera, Willie ha suonato la sua Martin e ha cantato per tre ore, senza un attimo di respiro dando l'anima come ogni sera, da 50 anni. E il suo pubblico questo lo sa e fa in modo che lui lo "senta" ogni sera, da 50 anni.
Willie Nelson ha un rapporto bellissimo con il suo pubblico, questo mi ha colpito davvero tanto, specialmente pensando a certe "star" della musica leggera di casa nostra.
E Willie Nelson, 70 anni il prossimo aprile, suona con la stessa energia di quando ne aveva venti. Poi, alla fine del concerto si siede sui gradini del pullman con il quale gira tutti gli States e incontra la gente (tantissima) che è venuta ad ascoltarlo. E uno gli dice: "…sai Willie quando è nata la nostra prima figlia abbiamo stappato una bottiglia e messo su un tuo disco…." Oppure "sai Willie, il giorno che abbiamo comprato un nuovo trattore, un nuovo John Deer alla radio trasmettevano quella tua canzone…", e poi ancora: "…e il nostro primo bacio …" e "…la laurea di nostro figlio…" e Willie ha una parola, una battuta, un ricordo per ognuno, e stringe mani, e abbraccia e flash di macchine fotografiche prima una, poi 10, 100, 1000 e Willie rimane lì fino a che non ha salutato l'ultimo dei fan…
E' una cosa davvero emozionante.
E' qualcosa che va oltre il mestiere della musica.
A tutti i musicisti che iniziano dovrebbe essere data la possibilità di incontrare uno come Willlie.
Jerry Jeff Walker mi ha raccontato un bellissimo aneddoto a proposito di Willie e il rapporto con la strada, con il palco, con la gente.

Jerry Jeff mi ha raccontato di quando 30 anni fa Mickey Raphael (il leggendario e bravissimo armonicista di Willie) è entrato nella band o meglio nella Family. A quei tempi Willie stava facendo concerti dappertutto e specialmente in quei locali dove spesso l'ambientino non è dei più raffinati e dove c'era la "famigerata" rete da pollaio. Il giovane armonicista poco più che ventenne, stanco di suonare sera dopo sera, in posti dove il successo andava conquistato lavorando duramente chiese a Willie Nelson: "Hey Willie per quanto tempo ancora dovremo continuare in questo modo?" e Willie gli rispose: " io spero per tutta la vita…".
La passione …Willie è la passione che senti e che vedi bruciare nei suoi occhi di vecchio urban cowboy…eppure la passione è un sentimento che spesso chi canta si dimentica di avere.


Pat Green che ho conosciuto a Luckenbach, Texas (ho aperto il suo concerto e ho duettato con lui mentre fuori dalla dancehall infuriava un "Texas hurricane" da paura) a proposito di Willie, il brutto tempo e il feeling che c'è tra Willie e il suo pubblico, mi ha raccontato questa bellissima storia.
Una sera Willie aveva suonato come al solito per più di due ore e mezzo. Era molto stanco, fuori faceva freddo, tanto freddo, e pioveva a dirotto. Uno dei suoi collaboratori (un "roadie" insomma) entra nel pullman e dice: "Willie anche stasera c'è una fila di 200 fan che ti aspettano, però… se non vuoi andare, è giusto, più che giusto, fuori c'è un tempo da lupi…"Willie lo ha guardato, gli ha sorriso e gli ha detto: "ok, vado…" e Pat Green che era in tour con loro ha guardato Willie come si guarda un marziano e gli ha chiesto: "…ma Willie, ma..alla tua età..ma chi te lo fa fare?" Willie ha sorriso un'altra volta e gli ha risposto: "c'ho messo quasi 50 anni ad avere una fila di 200 persone fuori ad aspettare per stringermi la mano, e certamente non voglio perdermi neanche uno di quegli autografi…"
Pat Green ha capito la differenza che passa tra un grande musicista e un grande uomo. E anch'io.

Concludo con le parole che Willie mi ha detto quando ci siamo lasciati: "non ti preoccupare troppo Fabrizio, e soprattutto pensa che tutto è comunque nelle mani di Dio… anche perché se fosse nelle nostre faremmo davvero un gran casino…"
"I love you Willie".

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA:

-HONEYSUCLE ROSE COLUMBIA CGK 36752 1980
E' la colonna Sonora del famoso road movie con Willie and Family, in Italia è stato tradotto come (sigh!) "Accordi sul palcoscenico". E' quindi quasi tutto dal vivo e secondo me rende benissimo l'atmosfera magica che si respirava in Texas e dintorni alla fine degli anni '70.
E' una specie di raccolta delle sue canzoni più famose che ancora oggi costituiscono il fulcro dello show di Willie: "On the road again", "Pick up the tempo", "Heaven or Hell", "Whiskey river"…
E poi c'è ospite persino Emmylou Harris…

Ma se volete davvero piangere andate a riscoltarvi la versione di Jerry Jeff Walker e Willie Nelson di "Man with the big hat" del mio amico Steven Fromholz e capirete che parafrasando il testo della canzone "senza Willie non ci sarebbe stato chi avrebbe cantato il West…"
(la versione è contenuta nel disco di Jerry Jeff Walker "Live at Gruene Hall" Rykodisc RCD 10123 - 1989)


UP

Zachary è diventato il mio eroe nel momento in cui ho messo sul piatto "Women in the room" che è ancora il suo disco che preferisco, e lui lo sa. La sua fisarmonica cajun, e la sua voce piena di passione mi hanno subito rubato il cuore, Era il 1989. L'anno seguente al Milano Blues Festival Zachary apriva per Bonnie Raitt e noi a farci largo in un servizio d'ordine che sembrava quello di Madonna, per stringergli la mano, per dirgli: "Ciao, sono Fabrizio ..sai che per colpa tua sto mettendo in piedi una band che si ispira al suono di New Orleans". Lui mi ascolta, mi saluta scambia qualche parola con la mia compagna Angelina, poi lo portano via come una rock star, lui che si sente un poeta, lui che divo proprio non è.

Qualche anno dopo, era il 1995 (avevamo già fatto un album "Mississippi Moon") i Chicken Mambo incidono una loro personalissima versione di una bella canzone di Zachary. Si tratta di "Love my zydeco" tratta dal bellissimo "Zack's bon ton". Una persona ad un concerto una sera mi dice: "Perché non mandi il disco a Zachary Richard, se vuoi io posso farti avere l'indirizzo". Non so come, ma l'indirizzo arrivò davvero. Misi il cd insieme ad una piccola lettera in una busta e gliela spedii. Passarono circa sei mesi, io se devo essere onesto ormai non ci speravo più, quando un giorno mi arriva un fax dagli Stati Uniti, il nome del mittente è Zachary Richard - Scott - Louisiana. Beh, sul fax dice che gli piace molto il disco in generale e trova carina la nostra versione del suo pezzo. Gli piace tantissimo anche come suono l'armonica, che a volte a lui ricorda la sua fisarmonica. L'unica cosa che gli dispiace è che nel disco non ci sia un bell'organetto cajun. Ero molto emozionato, avere i complimenti di un musicista che stimi davvero non è cosa da tutti i giorni.
Mi faccio coraggio e gli rispondo che l'organetto cajun non c'è perché non è facile trovare un buon organettista cajun nel nostro paese. Aggiungo anche una "battutaccia": "perché non vieni tu a suonare la fisarmonica nel prossimo disco dei Chicken?" Passano altri sei mesi, arriva un nuovo fax: Zachary: "io potrei anche venire a suonare sul vostro disco fatemi avere il recapito della vostra casa discografica che la metto in contatto con il mio manager".

Ho pensato: " wow!" ma poi ho mandato a Zachary un fax in cui descrivevo cosa vuol dire suonare musica americana cantata in inglese nel nostro paese, di come usassimo i soldi guadagnati durante i concerti per pagarci i costi del cd, e quando avevamo finito i cd, i soldi che avevamo guadagnato li usavamo per incidere un nuovo disco. Non potevamo nemmeno permetterci uno scassatissimo pulmino.Quando andavamo a suonare al Sud, prendevamo il treno. Insomma gli ho detto la verità e forse ha capito cosa vuol dire suonare musica "alternativa" nel "più bel paese del mondo" (come ha detto Bob Dylan, a Torino qualche anno fa, anche se lui vive in America).

Passano altri tre mesi e mi arriva un nuovo fax da Milano: sono Zachary sto completando il mio tour europeo e probabilmente ho due giorni liberi, se volete vengo a registrare e per farvi risparmiare sui costi, non vengo da Parigi, dove mi trovo, in aereo ma verrò in treno. Ricordo ancora vivissimamente quella mattina che io e l'Angelina siamo andati a prenderlo alla Stazione Centrale di Milano. Lui, il nostro eroe, è sceso dal treno con il suo organetto e una sacca da viaggio e ha detto semplicemente: "ciao sono Zachary". Due ore dopo la "rockstar" che cercavo di salutare al Milano Blues Festival era seduta sul balcone di casa mia e mi stava insegnando come si suona l'organetto cajun.

Zachary, che nel frattempo era diventato un amico, durante i giorni di registrazione mi ha raccontato tantissime storie sulla sua terra e sulle esperienze di musicista che mi hanno davvero fatto crescere. Mentre imparava a suonare "Hey Evangeline" e "Bayou Queen" mi raccontava dei suoi inizi e di come avesse deciso di diventare un "cajun rocker".

Zachary, tra l'altro, mi ha raccontato che in quel periodo era in contatto con un noto cantautore italiano, diciamo
folk -pop, uno che suona il violino, è magro e ha tantissimi capelli, tanto per non fare nomi. Il cantautore folk italiano e il cajun cocker, erano in contatto perché avevano la stessa casa discografica e avevano inciso una versione di un brano di Zachary tradotto e cantato dal violinista di casa nostra.
Ebbene quando ha saputo che Zachary veniva a suonare con noi si è molto arrabbiato e pare gli abbia detto: "Ma quelli non sono nessuno..non perderti con degli sconfitti in partenza…" Per fortuna Zachary, che ha meno capelli ma più cuore, non gli ha dato retta.

Il mio nuovo amico mi ha confessato tra l'altro di aver iniziato con la musica proprio con il mio strumento prediletto : l'armonica a bocca, e di voler suonare un rock "alla Rolling Stones". Durante un viaggio a Parigi in quegli anni scoprì, paradossalmente, la musica tradizionale della Louisiana e ne fu fatalmente attratto. Il suo compagno di viaggio era Michael Doucet (il fondatore dei Beausoleil) che un tantino più convinto di lui, lo convinse ad imparare la fisarmonica diatonica tradizionale e ad abbandonare il rock.
Zachary incide con Michael qualche album di "vera" musica cajun ma poi scopre l'energia dell'errebi suonato con la fisarmonica di Clifton Chenier e decide di contaminare (per nostra fortuna) la musica cajun con la sensualità del blues e l'energia del rock.
Michael Doucet non lo saluterà più ma questa è un'altra storia.

La mia esperienza con lui è continuata con gli anni partecipando come ospite ad alcuni suoi concerti.
Durante le sue registrazioni coi Chicken Mambo Zachary mi ha anche fatto ascoltare una bellissima canzone che eseguiva in concerto con la chitarra, il violino e a volte la mia armonica ad accompagnare la sua voce. Era una canzone scritta in francese dolce e commovente con un testo splendido che mi sarebbe piaciuto tradurre in italiano.
Zac, pur essendo un amico, ci ha messo un po' di tempo a concedermi il permesso di incidere nell'album "Heroes & Friends" questa canzone (lui tiene molto alle parole delle sue canzoni, e mi sembra giusto) ma alla fine mi ha confessato che il mio "nuovo testo" lo aveva commosso. Il brano si chiamava "Canzone delle rondini". Mi spiace che in questi ultimi anni le nostre strade non si siano incrociate più tanto spesso, ma Zachary ultimamente si è dedicato molto ai suoi libri di poesie (che tra l'altro sono molto belli).

Il suo disco del 1996 "Cap enrage" è arrivato ai primi posti nelle classifiche canadesi e questo l'ha un pochino "rilassato" sotto il punto di vista musicale ma sono sicuro che presto sarà di nuovo sulla strada a far vibrare le ance della sua fisarmonica cajun.

Se volete saperne di più questi sono i suoi dischi che più mi hanno rubato l'anima:
· "ZACKS BON TON" ROUNDER CD 6027 1988
· "WOMEN IN THE ROOM" A&M CD 75021-5302-2 1990

UP

Una grande giornalista che scrive su Rolling Stone (la più prestigiosa rivista di musica americana ) ha detto che "..in un mondo perfetto Jimmy LaFave sarebbe una delle più grandi rock star del mondo…"
Non credo che questo interessi a Jimmy, più di tanto, a lui credo siano bastate le parole della figlia di Woody Guthrie che gli ha detto che nessuno canta o, meglio, sente le canzoni di suo padre come lui. Effettivamente ad andare ad ascoltarsi la versione di Oklahoma Hills di Jimmy che è registrata su Trial c'è da farsi venire la pelle d'oca. Quando ho conosciuto a Austin Jimmy LaFave non sapevo realmente neanche chi fosse. Ero al Threadgill uno dei locali più famosi della città soprattutto per la jam session che si tiene il mercoledì e dove si possono trovare Lyle Lovett e Joe Ely, Ponty Bone e Flaco Jimenez… ma il Threadgill è famoso (o almeno lo era perché adesso, purtroppo, ha chiuso) perché lì si esibiva una cantante texana che quando esploderà nel mondo del rock lo farà in un modo che nessuno potrà dimenticare. Sto parlando di Janis, Janis Joplin.
Non conoscevo Jimmy, eppure lui era stato in Italia, mi parlava di promoters improvvisati e di come tutto purtroppo dovesse girare intorno a certa gente che (sono le sue parole) sono una sorta di "mafia della musica roots americana". Detto per inciso la stessa cosa mi avrebbe detto qualche anno dopo il dolcissimo Champ Hood, oggi purtroppo scomparso, che aveva avuto modo di provare l'esperienza della, come lui la chiamava, "corte dei miracoli" italiana.
Quella sera al Threadgill è stata una grande sera. Fare una jam session da Dylan a Muddy Waters dalla Band alla Bamba con sul palco gente come Jimmy, Willy Jaye, Ponty Bone e i migliori session men di Austin è una cosa per la quale sento ancora adesso i brividi lungo la schiena. (saranno i cheap trills di Janis ?!?)

Adotto un bisonte, oh meglio il bisonte lo adotta mia moglie Angelina. Attraverso un disco di Jimmy scopriamo che c'è una associazione in Oklahoma che sta cercando di preservare i bisonti (the buffalos come li chiamano in Texas) dall'estinzione. Sono dei volontari, gente tosta che chiede solo un pugno di dollari per adottare un cucciolo di bisonte. E' una specie di dovere morale. Come possono un musicista e sua moglie lasciare che l'animale che rappresenta lo spirito dell'America, lo spirito dei nativi, il continente americano stesso diventi un ricordo.
Angelina mia moglie, adotta Sweet Pea. Non è un granchè di nome per un bisonte ma mi sembra un buon inizio. La mia incredibile metà naturalmente subito scrive a Jimmy per renderlo partecipe del lieto evento. Naturalmente a casa nostra appesa sul muro c'è la foto di Sweet Pea (che adesso sarà alle medie) mentre pascola felice sulla terra rossa dell'Oklahoma.

Quando decido di incidere il mio disco americano "Nuther world" mi accorgo che una canzone che tra l'altro io avevo scritto a vent'anni sul mio primo amore poteva essere la canzone ideale in cui Jimmy avrebbe potuto fare il coro. Era una canzone sulla nostalgia, d'altronde come dice Jerry Jeff (Walker) e io sono abbastanza d'accordo, "si possono avere tanti amori nella vita, anche più grandi e più intensi ma ci sono certe passioni che non si dimenticheranno mai".
La canzone si chiamava (e si chiama) "Midnight song" - canzone di mezzanotte. Quando siamo in studio in Texas proviamo a chiamare Jimmy al telefono a casa per chiedergli se potrebbe venire a fare un po' di background vocals sul nostro disco. Ma purtroppo Jimmy è sulla strada, d'altronde non è proprio lui che ha dedicato intere canzoni al nastro d'asfalto e ha voluto intitolare un intero album alla strada che ti ipnotizza, ti affascina e ti uccide come una mantide religiosa "Highway trance".
Una sera, ormai il disco era praticamente finito, avevo perso ogni speranza di potere avere Jimmy ospite sul mio disco, siamo andati al Continental Club a vedere quello che era il gruppo preferito dalle giovani cowgirl texane i Reckless Kelly. A metà di quello che posso sicuramente affermare essere stato uno dei migliori live act mai visti nella mia vita, ecco entrare nel locale Jimmy scortato da una serie di loschi figuri, che, verrò poi a sapere in seguito essere italiani e appartenere a quella genia di persone che pensano che l'America (sigh!) sia di loro proprietà. Nonostante questo improbabile cordone di sicurezza Angelina, che da sempre, si sa , è infatuata della splendida voce di Jimmy LaFave, si precipita da Jimmy raccontandogli la storia dell'adozione del bisonte e riannodando i nodi di una amicizia musicale e non iniziata l'anno precedente.
Jimmy ed io abbiamo ricordato quella mitica jam al Threadgill e vedendolo molto entusiasta nel rinverdire questi ricordi, gli ho detto che avevo tenuto da parte una canzone dove lui mi sembrava naturale potesse fare dei background vocals come Dio comanda.
Jimmy è uno di noi, non diventerà mai una star del pop, però il giorno dopo alle quattro era in studio e, dopo aver ascoltato la canzone mi ha detto : "Hey è una canzone bellissima, peccato, mi sarebbe piaciuto scriverla.." A quel punto quella vecchia volpe di Merel Bregante, il produttore propone a Jimmy un duetto: dice: "Fabrizio canta la prima strofa e tu, Jimmy la seconda." Riuscite ad immaginare quanta emozione nell'insegnare ad uno degli artisti che più stimo (perché è uno vero e credo che voi mi capiate) le parole e la melodia di Midnight song, e lui che pazientemente imparava, sbagliava, si confondeva e poi… il miracolo: quando entra la voce di Jimmy in Midnight song io capisco perché Dio ha inventato la musica. Jimmy però è giusto che tu sia pagato per il tuo tempo, la tua arte, tu non sei una star, ma non vogliamo essere in debito con te.
E allora Jimmy apre la borsa tira fuori una maglietta dove c'è il suo nome e raffigurato un bisonte e la regala ad una raggiantissima Angelina e poi dice : "Quando passerò per Voghera, tenete in caldo un piatto di pasta anche per me…"
E se ne va sul suo furgone di nuovo sulla strada. In America Jimmy LaFave sta diventando un cult artist, una specie di mito e io spero che presto il mondo diventi perfetto così Jimmy diventerà una rock'n'roll star. Oh forse no, forse è meglio così.
Sapete che Dylan ha così tanta stima di Jimmy che è stato visto più di una volta seduto ai suoi concerti travestito con parrucche e occhiali scuri. Poi qualcuno lo ha riconosciuto, gli ha rotto i coglioni e Bob se n'è tornato a casa. Ma pare non manchi mai ai concerti di Jimmy, perché anche lui ha capito che dietro la magnifica voce di Jimmy c'è l'anima di un grande.

Il miglior disco di Jimmy? Il primo "Austin skyline" registrato tutto dal vivo nella effervescente Austin dei primi anni '90 dove davvero c'era il nuovo movimento roots, l'alternative country e tutto quanto. E poi ditemi chi altri poteva cantare "Girl form the north country" dopo Dylan?

UP

(la musica Celtica e la Louisiana).

Che ci fosse qualcosa di celtico nella mia anima musicale, molto tempo prima della mia avventura con il progetto Turututela, si poteva sospettare anche ascoltando il primo cd dei Chicken Mambo, anno 1992, che si chiude con una specie di “giga” (Susan song). Questo pezzo l’avevo imparato da una violinista cajun in Louisiana l’anno precedente. Lei, che si chiamava, appunto, Susan, mi aveva assicurato che quella melodia, che a me sembrava “maledettamente” celtica, veniva da molto lontano: forse era arrivata lì tanto tempo prima dal Canada da dove gli Acadiani, gli odierni Cajuns dovettero fuggire. Più tardi ho scoperto quanto sottile fosse la linea anche musicale che divide il Sud degli States dal Quebec, dall’intero Canada sino ad arrivare a Cape Breton. Susan, la violinista, mi aveva tra l’altro raccontato la bellissima storia di Evangeline.
Era il 1760 quando gli inglesi sbarcano a Gran – Prè nell’Acadia Canadese, incendiano tutto, distruggono il villaggio e cacciano via i francesi dal paese. Evangeline e Gabrièl, il figlio fabbro, si amano da tanto tempo e decidono di sposarsi prima che il vento della guerra spazzi via tutto… anche il loro amore. E poi, il fuoco, gli spari, le grida, la gente che fugge, la confusione, il sangue, la paura e …Non c’e tempo neanche per un addio, per un ultimo straziante bacio, nemmeno il giorno delle proprie nozze. Evangeline e Gabrièl vengono divisi, Evangeline è lì, sola sulla spiaggia che odora di morte e il suo amore chissà dov’è…
E allora Evangeline parte per un lungo viaggio che la porterà attraverso tutto il continente americano a cercare, per anni e anni, dappertutto, il suo Gabrièl, ma del suo amore, disperato, nessuna traccia. Scomparso, in prigione …ucciso? Il suo interminabile viaggio per le terre ed i fiumi della grande America dura una vita, fino al giorno in cui ormai vecchia, stanca e senza più speranze trova il suo Gabrièl morente, in un piccolo paesino della Louisiana, nel povero e cadente ospedale di Saint Martinville, lontano migliaia di miglia da dove lo aveva lasciato, ma dove non avrebbe mai pensato di ritrovarlo. ”Gabrièl, sono io, la tua Evangeline!!!”, ma dal suo amore non riesce ad avere che un ultimo sguardo prima che gli angeli lo portino lassù, nel Paradiso dei cajuns dove violini e organetti suonano tutto il giorno. Se vi capitasse mai, un giorno, come è capitato a me di andare a Saint Martinville, in Louisiana vedrete che al posto del vecchio ospedale adesso c’e un grande albero con vicino la statua di Evangeline che aspetta il suo amore. C’è anche un piccolo prato dove dormono, spesso sconosciuti e trascurati Evangeline e Gabrièl. I turisti frastornati dal fragore festoso di New Orleans gli passano accanto e purtroppo, molti di loro, non sapranno mai nulla del grande amore di Evangeline.

Proprio quell’anno il 1992, credo fosse inverno, propongono ai Chicken Mambo di aprire in un piccolo teatro vicino a Como (il posto preciso non lo ricordo, ma non è importante) per Richard Thompson, che a ragione era ed è considerato uno dei più grandi musicisti (e chitarristi) che il folk rock ci abbia mai regalato. A quell’epoca i Chicken Mambo erano soprattutto una band che voleva riproporre “ la musica che si suona al Carnevale di New Orleans”, quindi aprire il concerto per una leggenda come Richard Thompson , che tra l’altro avrebbe suonato da solo, accompagnandosi esclusivamente con il suono della sua splendida chitarra, ci aveva messo parecchio in agitazione. A contribuire a non tenerci del tutto tranquilli, c’erano poi gli sguardi e i commenti di una serie di personaggi “appassionati” di folk e dintorni, che non riuscivano a comprendere come una band “casinista” come i Chicken Mambo potesse aprire per un grande del rock (seppure folk) come Richard Thompson. Molti di questi li ritroverò di nuovo sulla mia strada, dopo qualche anno nel ruolo (piuttosto repellente) di giornalisti prezzolati al soldo di multinazionali del disco o di riviste musicali che hanno la stessa credibilità di Novella 2000. Comunque al nostro promoter di allora tutto questo non faceva né caldo né freddo, perché arriva nel backstage e mi dice: “Vieni Fabrizio che ti presento una delle più belle persone che tu abbia mai incontrato. Richard, che stava sistemando la sua chitarra, mi ha accolto con quel particolare calore che spesso i più grandi artisti hanno quando approcciano un mister nessuno come me. Mi sentivo a mio agio, tranquillo, eppure sapevo di avere davanti una persona che la settimana prima aveva suonato e prodotto musica da disco di platino per la grandissima Bonnie Raitt. E allora comincio a parlargli del mio amore per la musica di New Orleans e della Louisiana, e lì, ho capito, ancora una volta, che la musica celtica e quella cajun dovevano, per forza, avere qualcosa in comune. Richard mi ha raccontato della sua amicizia con Michael Doucet dei Beausoleil e di come prima o dopo avrebbero sicuramente fatto un disco insieme (cosa che qualche anno dopo avverrà regolarmente) e di come la sua canzone “ Tear stained letter” riarrangiata da Jo-El Sonnier in chiave cajun fosse diventata un must nelle balere del Sud degli Stati Uniti.


A questo punto mi sento davvero a casa mia, e gli strappo un: “Hey Richard, potremmo suonare una canzone insieme?” “Ma perché una sola canzone, facciamone, almeno due”, mi risponde Richard e continua “Quale delle mie canzoni conoscete?” Io avrei voluto dirgli tutte, però il problema era la band (metà di loro non sapeva nemmeno chi fosse Richard Thompson). Comunque, con il capo chino, ho detto a Richard la verità, incrociando le dita e sperando di non avere ferito la sua sensibilità di artista. Richard mi ha sorriso e mi ha chiesto: ”Ma Hank Williams lo conoscete, vero?”, e alla mia risposta affermativa sul palco quella sera i Chicken Mambo con special guest Richard Thompson hanno suonato “Jambalaya” e “Honky Tonk Blues” con una passione realmente fuori dal comune. La band, forse, non lo sapeva, ma stavamo vivendo un momento davvero indimenticabile della nostra vita. Grazie Richard.
Una signora americana dopo un mio concerto in Texas mi ha detto che quando canto o suono la mia armonica, ci metto dei sentimenti che loro, gli americani, di solito tengono da parte per le occasioni speciali. Beh, con Richard Thompson quella sera siamo stati noi a provare le stesse emozioni.

L’aver suonato con Richard Thompson, tra l’altro, mi ha portato anche una piccola fortuna di tipo economico.
Qualche anno dopo mi trovavo su di un taxi, ad Austin, Texas. Il taxista, un giovane universitario, si stupiva di come noi italiani avendo una cultura musicale così alta: la musica classica, l’opera eccetera (ci ha anche cantato un drammatico accenno di “La donna è mobile”), fossimo così appassionati di musica tradizionale americana che lui considerava musicalmente così bassa. Beh, io gli ho dato la solita risposta, e cioè che innamorarsi di qualcosa o di qualcuno è assolutamente irrazionale e, quindi, non si può spiegare.
Comunque gli ho raccontato un po’ la storia della nostra band e anche l’episodio con Richard Thompson.
Il taxista si è fermato di colpo proprio davanti ad “Allen Boots”, il miglior negozio di stivali di Austin, si è girato e mi ha chiesto con due occhi grandi come due palle da biliardo: “Davvero hai suonato con Richard Thompson, che per me è il più grande cantautore del mondo e la sua canzone “The great Valerio” è un autentico capolavoro?”. Mi sono ripreso anch’io un attimo dalla brusca frenata e dalla sorprendente rivelazione e gli ho risposto che sì, davvero avevo suonato due canzoni di quel cowboy di Hank Williams e che (grazie a Dio) ero arrivato. Non vedevo l’ora di comprarmi un paio di veri stivali di pitone, per poter staccare ancora meglio il tempo sulle tavole di legno dei palchi delle balere texane ( le mie vecchie Clarks non facevano abbastanza rumore).
Il taxista non ha voluto neanche un dollaro per la corsa: mi ha detto che uno che ha suonato con il suo idolo non pagherà mai per viaggiare sul suo taxi. Io, comunque, il suo biglietto da visita ce l’ho ancora.

Qualche tempo fa Ali Bain, per me, il più grande violinista scozzese, che tra l’altro ha realizzato un bellissimo documentario sulla musica cajun edito qualche anno fa dalla Shanachie, mi ha detto che la musica celtica e quella cajun hanno la stessa anima… Poi è arrivata la terza birra e… il discorso ci ha portato chissà su quale nuvola.

Forse inglesi e scozzesi qualcosa da farsi perdonare da Evangeline dopotutto ce l’hanno.

UP

Johnny Cash

Non ho mai conosciuto Johnny Cash. E Dio solo sa quanto mi sarebbe piaciuto parlare con lui. Adesso questa cosa è diventata davvero difficile perché lui se ne è andato, il 12 settembre 2003, a 71 anni, l’età di mio padre, per il peggioramento del suo diabete. Chissà adesso quante ne scriveranno su di lui, dimenticandosi che Johnny ci ha lasciato per raggiungere il suo amico “fuorilegge” Waylon, scomparso l’anno scorso, ma soprattutto per riprendere a cantare con la sua June, la sua compagna, che lo aveva lasciato lo scorso maggio. Così Johnny la descriveva nella sua biografia del 1997: “Quello che June faceva per me era mettere segnali sul mio cammino affinché io non perdessi la strada, lei mi teneva su quando io ero debole, e mi incoraggiava quando di coraggio ne avevo poco, e mi amava quando mi sentivo solo e abbandonato. Lei è stata la più grande donna che abbia mai conosciuto, quella che di più mi ricordava mia madre”.


Il mio incontro con lui, Johnny, è stato al mitico Sun Studio di Memphis, Tennessee dove lui appariva in una gigantografia, appesa al muro, dove c’erano fotografate quattro delle figure più leggendarie che incidevano in quella importante sala di registrazione negli anni ’50. C’erano: Carl Perkins, Elvis, Jerry Lee Lewis e Johnny a rappresentare la continuità con le radici del suono americano, quelle ballate folk che uscivano dalla chitarra “che uccideva i fascisti” e dalla voce di Woody Guthrie. Anche Johnny Cash era nato povero in Arkansas in piena Depressione nel 1932. Figlio di braccianti fu spazzato via dalla polvere e dalle cavallette (un altro dust bowl children) e Stephen Holden sul New York Times il giorno che è morto ha scritto di Johnny: “Lui è stato il più grande poeta nella nostra musica tradizionale. Nessuno come lui riusciva a cantare per la povera gente che lavora: le sue canzoni dure, dirette come un pugno nello stomaco, descrivono la vita dei braccianti, dei minatori, dei cowboys, (quelli sui quali c’è poco da divertirsi), di chi costruiva la ferrovia, degli operai alienati nelle fabbriche”.
Avevamo, e forse abbiamo ancora due cose in comune io e il grande Johnny Cash: tutte e due suoniamo l’armonica, ( beh, lui l’ha suonata poco, io un po’ di più) e abbiamo avuto la fortuna di incontrare due donne straordinarie che ci hanno aiutato quando siamo caduti dentro il buco nero della vita.
June Carter Cash che lui ha sposato nel 1968 gli ha davvero salvato la vita, tirandolo fuori, non sempre con successo, dalla droga e dall’alcol, spesso inevitabili compagni di strada degli artisti più sensibili.
L’unicità della sua voce baritonale d’altri tempi, il suo look che faceva pensare ad un undertaker cowboy, ad un becchino dei cowboy, lo ha fatto davvero entrare tra quei personaggi mitici che attraversano il tempo e le generazioni. Lui cantava le canzoni delle nuove generazioni e le nuove generazioni cantavano le sue canzoni. Il più grande figlio di quella figura leggendaria nel panorama folk americano che è Woody Guthrie e cioè il giovane Bob Dylan da Duluth, Minnesota, quando ha voluto fare un album dedicato alle proprie radici musicali e cioè Nashville skyline, non potendo avere Woody Guthrie a cantare con lui, ha scelto, senza pensarci troppo chi già stava cantando per la povera gente, per i diseredati, i prigionieri, i soldati mandati da Johnson e Nixon a morire e a far morire la gente in Vietnam, pieni di eroina ed allucinogeni, e cioè The man in black: Johnny Cash.


A proposito di Nashville e Vietnam, Johnny Cash e gli altri tre outlaws i fuorilegge più famosi: Willie Nelson, Waylon Jennings e Kris Kristofferson, lasciarono quella Nashville piena di lustrini e ipocrisia (splendidamente raccontata anche da Altman nell’omonimo film) per una strada lontana mille miglia dalle grandi case discografiche, ma vicino alla gente come loro, la gente per la quale cantavano.
Questo ha permesso a Johnny di portare il suo famoso ritmo Boom-cicka-boom in Vietnam o nelle prigioni dove la gran parte del popolo americano soffriva per quella grande ingiustizia che è la negazione dei diritti civili. Ed è proprio in quegli anni che la parola country, peraltro inventata dall’industria discografica, diventa sinonimo di canzonacce, arrangiate con gusto pessimo (e oggi con il new country non è che sia cambiato molto) e pieni di testi demenziali che parlano di patriottismo e di altre cazzate simili costringendo quindi i folksingers, veri e non di plastica, come Johnny Cash ed altri a suonare davvero le canzoni dell’altra America, per l’altra America.
La loro non era una contestazione, era un modo di vivere, di pensare, di cantare.
Mi ha fatto davvero ridere leggere le parole che famosi giornalisti musicali italiani hanno scritto sul rapporto tra Johnny Cash, la droga, l’alcool e la galera.


Due noti giornalisti musicali cialtroni, hanno scritto che Johnny ha passato metà della sua vita in galera. Purtroppo questi coglioni non sono neanche capaci di leggere tutti gli articoli che sono usciti (ahimè in inglese) in tutto il mondo civile: Johnny Cash ha passato un giorno solo in galera, per il possesso di pillole, che con la presentazione di una ricetta medica sarebbe stato legale avere con se.
Nessuno, invece, ha parlato di quella profonda depressione che tormentava la sua anima (la stessa di Jim Morrison, di Townes Van Zandt, di Luigi Tenco), che si leggeva nei suoi occhi e che lo costringeva a vivere disperatamente una eterna lotta (che io tra l’altro conosco bene) tra la voglia di lasciar perdere tutto e la voglia di andare in giro a raccontare storie.
E allora, chi ti può aiutare meglio degli psicofarmaci o dell’alcol?
Per chi vive nel mondo normale tutto sembra semplice, ma vi assicuro che l’anima di un artista è la cosa più complicata da decifrare.


Nella sua carriera Johnny Cash ha registrato più di 1500 canzoni, dal Blues (come ci rimarranno male i miei amici appassionati di New Country) ai canti religiosi, passando attraverso le canzoni dei cowboys (quelli che non divertono), le canzoni degli indiani, dei costruttori delle ferrovie, e persino quelle per i bambini, anche se le sue prese di posizione contro il potere politico del suo paese, contro la pena di morte (memorabile il suo intervento musicale nella colonna sonora del film Dead man walking), a favore della campagna di sensibilizzazione sull’AIDS (a proposito, da brivido la sua performance di Forever Young di Dylan sulla raccolta: Red, Hot + Country), gli hanno negato la trasmissione delle sue canzoni nelle radio più importanti d’America.
Ray Cash, suo padre era stato davvero un hobo, un bracciante vagabondo, che per colpa della Depressione, si muoveva per cercare lavoro viaggiando sui tetti dei vagoni ferroviari e Johnny, Johnny questo non lo ha mai dimenticato.
E’ vero, non è stato abbastanza in galera come sarebbe piaciuto ai buffoni travestiti da giornalisti musicali del nostro paese, ma … non c’è bisogno di stare tanto in galera per capire che ci si sta davvero male, e che, i veri delinquenti (e noi italiani questo lo sappiamo bene) spesso sono fuori.


Mi fanno un po’ sorridere i gangstarapper, i rappers arrabbiati con i loro testi contro lo strapotere della polizia, soprattutto se vado a leggere il testo di Folsom prison blues che Cash cantava in pieno schifosissimo maccartismo americano.
Non è stato certo perdonato Johnny Cash quando ha cantato la ballata di Ira Hayes (più tardi portata al successo da Bob Dylan) il cui testo racconta di un eroe di guerra, nativo americano, che rispetto ai suoi commilitoni ricoperti di medaglie e di onori, viene dimenticato e cade nella trappola dell’alcol che presto lo porterà, prima ad essere discriminato (cosa peraltro quasi scontata per un pellerossa) e poi, alla morte per fegato spappolato dall’alcol (così scrisse il coroner sul referto medico legale).


Il suo legame con il folk, con la musica delle radici del suo paese, incomincia al Festival di Newport nel 1964 quando conosce Bob Dylan, ma, il suo nuovo e consapevole incontro con la musica tradizionale americana si consoliderà diventando il genero della leggendaria Mother Maybelle Carter, colei che sarà per anni un faro nella notte per chiunque vorrà addentrarsi nel mondo della musica popolare americana, colei che riporterà alla luce antichissime, bellissime e sempre attuali canzoni tradizionali, come Amazing grace e Will the circle be unbroken .
A proposito di Mother Maybelle Carter da ascoltare (l’unico prezzo da pagare è la pelle d’oca) la versione di Johnny nel brano dedicato al giorno in cui lei è mancata, contenuto nel terzo volume di Will the circle be unbroken della Nitty Gritty Dirt Band.
Le parole di Johnny prima della esecuzione della canzone dedicata alla mamma di sua moglie, saranno per sempre scolpite nel mio cuore.
Il suo sogno, come dice nella sua biografia curata da Patrick Carr, era quello di morire sul palco, sotto le calde luci del palcoscenico con la sua June vicino, la sua band e tutta la gente che gli voleva bene.
Sapeva benissimo che questo è il sogno di ogni artista…
Però chi ci può impedire di sognare la nostra morte?
Il disco che vi consiglio di ascoltare è: American recordings che ha vinto il Grammy Awards come miglior album folk nel 1994.
E’ uno dei più bei testamenti che le mie orecchie abbiamo avuto modo di ascoltare in questi anni.
Fate un piacere a me, Bob e Johnny: restate sempre giovani (Forever young) oppure come ho letto una volta sulla schiena di un motociclista, di un bikers a Lampasas, Texas: “Fai un dispetto al tuo becchino, vivi per sempre…”.

UP

Mia moglie Angelina ha una rosa tatuata sul braccio. E’ una rosa gialla, una rosa gialla del Texas.
Bob Wills che viveva in Texas negli anni ’30 era stato letteralmente ipnotizzato dai ritmi sincopati dello swing e voleva fare qualcosa che nessuno aveva mai osato prima: suonare la musica delle big band con gli strumenti e i suoni del folk e del country.
Voleva portare quella musica, dove i sassofoni sono sostituiti dai violini, dalle grandi città come New Orleans, Kansas City, Chicago e New York alle “dancehalls”, le immense balere del Texas. Per molti anni i suoi “Texas Playboys”sono stati la più grande band di “western swing” di tutta l’America. Tanti, tantissimi i violinisti che si sono alternati nelle varie formazioni della band: dal più famoso Johnny Gimble allo sconosciuto musicista di provincia. C’era una sola regola per suonare il violino con i Texas Playboys: essere bravi. John Raby non era solo bravo, ma, come lui sosteneva, aveva “inventato” il violino a 5 corde, uno strumento ancora più versatile del fiddle tradizionale e che sembrava davvero perfetto per suonare western swing. Il giorno che John è andato in cielo a raggiungere il suo band leader Bob Wills, il suo “mitico” violino è passato a suo figlio Don.

Ho conosciuto Don Raby nella più famosa dancehall di Austin, Texas: il “Broken Spoke” (lo “spoke” è il raggio della ruota di un carro).
Quella sera Don, suonava con Chris Wall. Di lui mi aveva subito colpito non solo il tipo di violino che suonava ma soprattutto mi avevano letteralmente lasciato senza fiato gli entusiasmanti duetti che divideva con il chitarrista Kenny Grimes, autentiche galoppate strumentali che mandavano assolutamente in visibilio tutte le persone presenti, che ballassero o che stessero sedute ad un tavolino a sorseggiare una birra.
Per questo ho deciso di inserire il “sound” di Don nel brano di “Nuther World” dedicato agli angeli dei desperados che aiutano i cowboys quando cavalcano da soli nelle praterie della vita, in una notte buia e tempestosa. Don Raby era davvero la persona dolce che avevo conosciuto la sera prima. A tavola, una volta finita la registrazione mi ha raccontato parecchi aneddoti sia su Bob Wills, storie che aveva “ereditato” dal padre, sia sugli artisti (e che artisti!) con i quali aveva suonato: Hank Thompson, Don Walser, Hank Williams Jr., George Strait e Ricky Scaggs.
La canzone più famosa di Bob Wills, è stata “San Antonio Rose”, e a proposito di rose sentite che cosa mi ha raccontato Don sulla canzone tradizionale “The Yellow Rose of Texas” .

La rosa gialla del Texas, non era un fiore ma una bellissima ragazza creola. Yellow Rose, era l’appellativo con cui nell’800 nel sud degli States, i giovanotti amavano chiamare le belle e sensuali ragazze mulatte.
A lei è dedicato il brano che è diventato “l’inno non ufficiale del Lone Star State (lo Stato della Stella Solitaria)”.
Di questa bellissima e forte donna di colore, e “di frontiera” si dice che salvò l’esiguo esercito texano da una sicura e tragica sconfitta nella triste, famosa e decisiva battaglia di San Jacinto, per l’indipendenza del Texas il 21 aprile 1836. Emily West era il nome di questa incredibile donna. Passando una notte con il terribile e sanguinario generale messicano Santa Ana (il quale l’aveva vista lavorare come schiava in un ranch vicino alle loro postazioni), allentò l’attenzione di quest’ultimo da eventuali attacchi texani, permettendo agli uomini del generale Houston, di attaccare l’accampamento dei soldati messicani sconfiggendoli definitivamente e decretando così la tanto agognata (do you remember Alamo?) indipendenza del Texas.
Questo gesto di grande sacrificio (che forse solo una donna può capire fino in fondo) diede la libertà a lei (che non fu mai più schiava di nessuno) e a tutto lo stato della Stella Solitaria.
Chissà quanto di questa storia è leggenda e quanto è realtà.

L’unica cosa sicura è che quando ascolto “Desperado Angel” mi fa sempre una certa impressione sapere che quello è il violino che ha suonato con Bob Wills, che come dice Waylon Jennings “…is still the King of western swing…”

UP

L’ottavo giorno Dio creò il blues. Questa è una frase che dico spesso ai concerti perché esprime un concetto nel quale credo fermamente. Non sono affatto sicuro, come si dice a New Orleans, che San Pietro ci guardi da lassù durante gli show e si segni i nomi di chi non canta a squarciagola con me per usarli il giorno del giudizio universale, ma, che ci sia sopra di noi qualcuno che abbia, in qualche modo, inventato la tristezza e la malinconia e la musica per esprimerla, di questo sono più che certo. Non so se mi sia nato prima l’amore per l’armonica o per il blues, quello che so, è che la prima armonica che mi ha rubato il cuore è stata quella dei Doobie Brothers in “Long train running”.

Avrò avuto si e no dieci anni: ma che suono quell’armonica! La libertà è una cosa di cui ho sempre sentito il bisogno e le regole mi stanno ancora un po’ strette. Ecco perché a quattordici anni ho fatto “il mio bel libretto di lavoro” e sono entrato in fabbrica. In quel posto, davvero terribile, ho fatto esperienze che puoi trovare solamente quando suoni o ascolti un blues. All’epoca, per me, la musica blues era soprattutto quella dei Rolling Stones degli inizi, anche perché trovare dischi della “musica del diavolo” per un ragazzo di provincia nella prima metà degli anni settanta non era certo facile. Però “ci davo dentro” e piano piano ero riuscito a farmi una discreta raccolta di dischi di blues.Uno dei “padelloni” a trentatre giri che più consumavo era il primo lavoro di John Mayall e i Bluesbreakers (con Clapton alla chitarra). Centinaia, migliaia, le volte in cui avrò ascoltato l’assolo di chitarra di “All your love” o quello di armonica di “Parchman farm”. Tentavo a quei tempi di “seguire” con l’armonica questi dischi, ma era difficile, molto difficile, e d’altronde non c’erano libri, non c’erano metodi, non c’era nulla. L’unica cosa era provare e riprovare.

La frustrazione però aumentava ogni giorno di più e mentre ero quasi sul punto di “mollare tutto” e passare oltre accaddero due episodi importantissimi per la mia vita di “apprendista armonicista”. Il primo riguarda l’incontro quasi casuale con un amico chitarrista che mi spiegò in pochi secondi “il trucco” per suonare l’armonica blues. Avete letto bene: “pochi secondi”, ed io…io che avevo passato settimane a “rovinarmi” le labbra senza tirar fuori nulla di “accettabile” dalla mia armonica ed ecco che con una semplice spiegazione il mio piccolo ma meraviglioso strumento suonava il blues.

L’altro episodio che, se mai ce ne fosse stato bisogno, accese in me la passione per il blues e per l’armonica fu vedere e soprattutto sentire Paul Butterfield suonare con la Band nel film “The last waltz” il fantastico brano di Junior Parker che porta il nome di “Mistery train”. Ebbene quella versione splendida del classico portato al successo da Elvis Presley, magnificamente cantato da Levon Helm insieme con l’“incredibile assolo di armonica” di Paul Butterfield ebbero sul mio corpo, ma soprattutto sulla mia anima l’effetto di una autentica esplosione.

A “peggiorare” ulteriormente la situazione ci si mise pure Muddy Waters, figura che consideravo leggendaria avendo letto tantissimo di lui, avendo ascoltato i suoi dischi ma non avendolo mai visto dal vivo, con una formidabile versione di “I’m a man”, nella quale l’armonica di Butterfield seppure in secondo piano creava un effetto di tensione che avrebbe fatto venire brividi di emozione a chiunque. Figuriamoci a me. E poi vedere questo anziano di colore fronteggiare una band di giovani bianchi che lo veneravano e lo “rispettavano” come un semidio, mi fece capire più cose sul blues di quanto tutti i libri che avevo letto sull’argomento fino ad allora avessero mai fatto.


Da lì sono partito e subito dopo l’infatuazione per Paul Butterfield venne quella per James Cotton. Ho avuto tra l’altro l’onore di aprire il concerto che questo grande ha fatto nell’ambito del “Pistoia Blues Festival” 1993. Ah, che grande emozione poter scambiare quattro chiacchiere prima del concerto con colui che era davvero il mio armonicista preferito in quel momento: gli confessai, (d’altronde se ne sarebbe accorto) che metà delle frasi musicali che avrei suonato quella sera venivano dai suoi bellissimi dischi.
Mi ricordo, come se fosse oggi, di quanto James fosse eccitato dal fatto di poter suonare attraverso un radiomicrofono con la possibilità di poter “passeggiare” su e giù per il palco senza la classica “rottura” di essere collegato ad un cavo: per un musicista della sua generazione questa invenzione per noi “quasi banale” doveva avere in sé qualcosa di straordinario. Un altro leggendario armonicista per il quale ho “aperto” al teatro Colosseo di Torino è il grande Charlie Musselwhite. Anche in questo caso tremori alle gambe e salivazione azzerata erano garantiti. Ma Charlie è una persona dolce e disponibile e quando gli ho raccontato delle mie paure, ad aprire il concerto per un grande artista come lui (che tra l’altro è stato uno dei miei armonicisti preferiti per anni) mi ha detto di non preoccuparmi e che comunque (se la cosa mi poteva aiutare) anche lui era sempre un po’ nervoso ed agitato prima di un concerto, insomma gli esami non finiscono mai…


Quello è stato un periodo di grandi emozioni per me e per i Chicken Mambo. Più o meno nello stesso anno aprimmo il concerto anche per un grandissimo batterista jazz: Billy Cobham. Il leggendario musicista americano è stato, suo malgrado, protagonista di un episodio abbastanza emblematico. Venivo da un periodo di cocenti delusioni da parte di due artisti italiani (che tra l’altro musicalmente stimavo): avevo “aperto” i concerti di Bennato e Mingardi che con noi si erano comportati da “grandi star”, non degnandoci nemmeno di un saluto. Ebbene Billy Cobham, un “monumento” della batteria moderna, mentre i suoi musicisti italiani andavano in albergo a riposare, si è voluto fermare al festival al quale partecipavamo entrambi (l’Arenzano Blues Festival) e seduto su una sedia della prima fila, si è “goduto” tutte le nostre “prove dei suoni”,con somma angoscia del nostro batterista di allora: il “seppur bravissimo” Corrado Ciceri.
Alla fine delle prove Billy si è complimentato con noi e a Corrado (che era praticamente genuflesso) ha detto bellissime parole sul suo modo di suonare la batteria nei Chicken Mambo.
Una autentica lezione di stile.


Questo è quanto spesso mi hanno insegnato i grandi artisti che ho incontrato durante tutti questi anni: lezioni di vita che avevano tutte un unico denominatore comune: il Blues, ma anche l’umiltà come stile di vita. Non ricordo più chi me lo ha detto, sicuramente un grande, ma nella vita e certamente nella musica bisogna essere curiosi di tutto, perché, da tutto e da tutti si può sempre imparare qualcosa: dal grande artista all’ultima della band che questa sera sta suonando in cantina.

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Champ Hood o meglio Deschamps “Champ”Hood è sempre stato un musicista mitico per me, sin dai tempi in cui lo ascoltavo suonare con Walter Hyatt e David Ball nella Uncle Walt's Band, oppure quando accompagnandolo con il suo violino, aiutava Lyle Lovett a diventare quel grande e affermato artista che è adesso. L'avevo anche ascoltato e apprezzato come chitarrista nel disco dal vivo che Jerry Jeff aveva registrato alla “Gruene Hall”, una delle balere più famose dell'intero Texas. In pratica il paese non ha abitanti, l'unica cosa che ha è questa mitica dancehall. Per quell'occasione, Jerry Jeff si era circondato d'amici musicisti, rodati e fidati, e quindi con Lloyd Maines e Ponty Bone aveva chiamato per suonare, e, non solo il violino, ma anche la chitarra, il bravissimo Champ.

Ho conosciuto Champ in un famosissimo locale d'Austin, il Trheadgill's. Lui era lì, a partecipare alla leggendaria jam session che si tiene in quel locale, il mercoledì, da più di mezzo secolo e da cui sono usciti tanti musicisti che hanno poi sfondato nella musica rock, prima fra tutte la meravigliosa e inimitabile Janis Joplin. Ebbene si, invitato da Ponty Bone quella sera ho calcato le stesse "assi" del palcoscenico che ha tenuto a battesimo forse la più gran cantante di rock blues che sia mai esistita. Al Threagill c'è una bellissima foto di Janis, mentre canta scatenatissima su quel “mitico” palco e, di questo potete stare sicuri, che mettere i piedi sopra a quelle assi procura un'emozione che ti toglie il respiro. In ogni caso sono salito su quel palco ( con le gambe che mi tremavano)invitato da Ponty Bone e qui ho avuto modo di conoscere finalmente e di poter suonare con una persona veramente gentile e con un musicista dal cuore davvero grande: Champ Hood.

Quando ho chiesto a Merel Bregante ( all'epoca il mio “produttore” e” batterista americano”) di raccontarmi qualcosa a proposito di Champ, sotto il punto di vista umano, la prima cosa che mi detto è stata: ” Champ è diverso da qualsiasi musicista ti capiti di incontrare ad Austin perchè Champ, per certi versi è davvero un artista a tutto tondo . Lo vedi camminare per la strada, alto, magro, allampanato con i suoi tratti da aristocratico inglese d'altri tempi e i capelli arruffati a coprire una testa sempre avvolta dalle nuvole e… e quando lo chiami per salutarlo Champ ha quasi un sussulto come se si stesse risvegliando da un bellissimo sogno”.

L'anno seguente all'episodio del Threadgill's, quando ho fatto il mio disco” americano”, Champ era molto impegnato tra dischi e tournèe, ma quando l'ho invitato a suonare il suo violino dai coloro musicali emozionanti, lui si è reso subito disponibile. E' stato davvero grande registrare con lui quella bellissima canzone d'amore che è Jolie Blonde: a lui piaceva moltissimo l'amalgama musicale che creava il mio organetto e il suo strumento.

Era stato a suonare anche nel nostro paese accompagnando quel bravissimo e misconosciuto cantautore che è Dirk Hamilton(quello che ha scritto: Una volta cantavo per cambiare il mondo, adesso canto perché il mondo non cambi me – una frase che davvero avrei voluto scrivere io tanto queste parole mi risultano familiari - ). Champ però, era tornato a casa, in Texas, amareggiato da quel tour, aveva probabilmente conosciuto persone poco affidabili, di quelle che mettono il profitto davanti all'arte, e Champ da vero artista n'aveva sofferto molto. Chi vive e lavora di e con la musica dovrebbe essere sempre una persona speciale, purtroppo specialmente nel nostro paese non è sempre così.

Dei tanti Heroes and Friends che ho avuto l'immensa fortuna ( e di questo ringrazio Dio) di conoscere in questi anni, Champ è uno di quelli che, purtroppo, se n'è andato, e troppo presto, in un brutto giorno di novembre del 2001. E ci manca Champ, ci manca da morire. E ci mancherai ancora di più, caro Champ, tutte le volte che suoneremo Jolie Blonde, e tutte le volte che ci ricorderemo dei bellissimi momenti passati insieme, delle lunghe chiacchierate che abbiamo fatto mangiando gli spaghetti che Angelina cucinava in Texas, ogni mezzogiorno che Dio manda sulla terra, tra una session e l'altra.

Mi ricordo come se fosse oggi, dell'espressione che avevi parlando di tuo figlio e di com'eri orgoglioso che stesse diventando un gran musicista.

Champ, indimenticabile artista e fratello di musica, non sarai più dove eri, ma sarai sempre ovunque noi siamo…

Se n'avete la possibilità procuratevi “Sol Power” lo stupendo disco dal vivo di Toni Price, la parte di violino nel traditional “the old fiddle waltz” è dolce e commovente, piena di nostalgia per un mondo che non c'è più. Che suono quel violino! Il suono del violino di Champ Hood, il suono di un musicista dal cuore grande.

Fabrizio Poggi ©

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“Quando sarò morto prendete la mia pelle e fatene la sella per il cavallo di una signora, così io potrò stare per sempre tra le due cose che ho amato di più nella mia vita: i cavalli e le donne”.
Questa è una strofa di “Here's to horses” una canzone che il cowboy Mike Blakely ha dedicato ai cavalli e che ha voluto che io “impreziosissi” con quella che lui chiama la “campfire harmonica” (che si potrebbe tradurre come “l'armonica del bivacco”, ma, lo direbbe anche Guccini – tra la via Emilia e il West – non rende l'idea allo stesso modo). Ho conosciuto Mike ad un barbecue (che in Texas non è una semplice “grigliata” ma un rito vero e proprio) nel suo ranch: il Rancho Quien Sabe sulle colline che circondano Austin. Il posto era bellissimo, immerso in un boschetto con tanto di piccolo torrente: una vera delizia della natura. E' lì che Mike si rintana per scrivere i suoi libri “western” o meglio le sue storie che parlano di cowboys e indiani, cercatori d'oro e fuorilegge. Il suo ultimo libro che narra l'epica storia di un fiero guerriero Comanche, ha venduto centinaia di migliaia di copie in tutti gli States, facendogli vincere prestigiosi premi letterari. Mike è anche il Vice Presidente degli scrittori di narrativa western. Il presidente di questa associazione è il famosissimo (e tradotto, strano ma vero anche da noi) Cormac McCharty che ha scritto il bellissimo libro “All those pretty horses” diventato anche un film e arrivato nel nostro paese con l'incomprensibile titolo di “Passione ribelle”.

A presentarmi Mike è stato “naturalmente” Donnie Price (niente succede in Texas senza che ci sia il suo zampino!), e, dopo il pranzo, com'è d'uso, ognuno ha “tirato fuori” il proprio strumento musicale e si è organizzata una jam-session. Sapevo che Mike, timidamente, scriveva canzoni, a volte proprio tratte dalle storie che poi sviluppava nei suoi romanzi, così gli chiesi di cantarmi qualcosa. Quelle canzoni, il suo modo di raccontarmi le storie che parlavano dei valori cari ai cowboys come la giustizia, la lealtà e l'amicizia mi affascinarono a tal punto che gli proposi di venire a cantare e a raccontare quelle cose, qui, in Italia. Mike è un vero cowboy e ha passato buona parte della sua vita a studiare la cultura e la storia che stanno dietro all'immagine autentica dei cowboys, a volte, davvero lontana da quella un po' stereotipata che abbiamo noi qui in Europa.

Mia moglie Angelina compì uno dei suoi tanti “miracoli” e organizzò un vero e proprio tour per Mike che tra l'altro non aveva mai suonato “davvero” davanti ad un pubblico e che quindi dovette anche formarsi una band della quale faceva parte anche la mia armonica. Il successo fu tanto e tale da spingere Mike a prendere sul serio la sua carriera di musicista e da quel giorno, era l'aprile del 1987 (lo ricordo bene perché una notte tornando da un concerto trovammo la neve – ad aprile! -) il mio amico cowboy ha fatto cinque dischi e centinaia di concerti in Europa e negli Stati Uniti.

Per la seconda volta un italiano scopriva l'America (senza fare però danni come purtroppo è successo da Colombo in poi)! In cambio Mike (che ha un fisico forgiato dal vento delle grandi pianure del Texas, tanto è vero che una volta dopo essersi bevuto – e non sto scherzando – trenta birre e non so quanti whisky, ha guidato in una notte piena di pioggia da Arezzo a Pavia senza mai fermarsi), mi ha raccontato durante i viaggi di ritorno dai concerti tante e affascinanti storie sul “vero” volto dell'America dei pionieri, tanto diverse da quelle che spesso ci sono state raccontate dal cinema e dalla televisione, dove i “buoni” erano sempre e solo dalla stessa parte. E io gli ho raccontato la mia storia. Una storia di come il destino cambia la vita delle persone, addirittura a volte gliela salva.

Avevo su per giù dieci anni, quando mio padre mi ha regalato una bellissima pistola giocattolo. Era stupenda, aveva il manico di madreperla e costava un sacco di soldi. Mio padre era un operaio e quindi la mia famiglia non nuotava certo nell'oro, ma io avevo insistito così tanto, che lui me la comprò. Nel pomeriggio dello stesso giorno sono andato a giocare nei giardini della stazione, e c'era un ragazzino zingaro, seduto su di una panchina che suonava una vecchia armonica arrugginita. Io mi sono subito innamorato di quel magico suono e allora gli ho chiesto se volesse scambiarla con la mia pistola nuova di zecca. Naturalmente lui ha detto subito di si. Mio padre immaginerete non è stato molto contento dello scambio, tutt'altro, ma forse, forse era destino che andasse a finire così. D'altronde Mike Blakely me l'ha sempre detto: ”Sei solo un cowboy nato nel posto sbagliato, il tuo cavallo è un sogno, la tua pistola una canzone.” EEEEEEEEAAAAAAAAAH!

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THE AMERICAN FOLK BLUES FESTIVAL 1962-1966

 

Ho visto la luce! L'ho vista un'altra volta. Non credevo, davvero, potesse succedere di nuovo di provare quelle forti emozioni che mi aveva procurato il vedere Paul Butterfield soffiare dentro la sua armonica o Muddy Waters cantare nel film “The Last Waltz” eppure, a quasi vent'anni di distanza, mi sono di nuovo innamorato del Blues.

L'attore americano James Stewart descrivendo il cinema una volta disse che i film sono “pezzetti di vita”, ed è vero, il cinema è immortalità, chi vive dentro ad un film non morirà mai. La stessa cosa, forse, si potrebbe dire dei dischi ma le registrazioni sonore, si sa, sono come voci nel buio, non hanno corpo… Alzi la mano chi non ha mai sognato di vedere un filmato nel quale Robert Johnson incide una delle sue “famose” 29 canzoni (ma la stessa cosa si potrebbe dire della nostra “mitica”, cantante popolare Giovanna Daffini). Nessuno filmò Robert Johnson, nessuno andò giù nel Mississippi per metter su pellicola quello che si suonava nei juke joint, quei localacci malfamati dove il blues “si è fatto le ossa”. Adesso però c'è un film che rende giustizia e porta emozioni nel cuore di chi non ha vissuto quella grande epopea che fu l'American Folk Blues Festival. Negli anni sessanta questo “carrozzone” itinerante composto dai migliori artisti blues di quel tempo, incendiò l'anima di decine di musicisti in tutta Europa. In Inghilterra, l'impatto fu talmente forte da fare esplodere quasi contemporaneamente il fenomeno del British Blues.

Con questo film possiamo finalmente vedere quello che per anni abbiamo soltanto immaginato. Pensate, davvero, all'effetto che può avere su di un appassionato di musica popolare afro americana, di Blues, il poter vedere i propri “eroi” al meglio della loro forma, suonare e cantare le loro canzoni più famose, che per uno strano scherzo del destino, sembrano brani del tutto nuovi. Sono le stesse canzoni solo che stavolta le “vedi”!. E poi è anche una questione di giustizia che finalmente mette sullo stesso piano gli appassionati di blues di ogni latitudine. Gli ancora giovani Muddy Waters, Howlin Wolf, T- Bone Walker, John Lee Hooker, Sonny Terry, Brownie McGhee e Lightin' Hopkins che si esibiscono al fianco di artisti seminali e leggendari come Big Joe Williams, Sippie Wallace, Roosvelt Sykes e soprattutto il grande Sonny Boy Williamson, poco prima che la vecchiaia e le malattie li portassero via per sempre. Le canzoni “miracolosamente” filmate dalla televisione tedesca sono in questo film in versioni completamente inedite. Essere al festival nel 1965 ti poteva permettere di “vedere” qualcosa di incredibile, come ad esempio Big Mama Thornton, Big Walter Horton (un altro dei miei eroi), J. B. Lenoir, Doctor Ross e John Lee Hooker (si proprio lui!) suonare l'armonica tutti nello stesso brano, ballando mentre aspettano il loro turno di assolo, come se fossero davvero in Texas, a Chicago o nel Mississippi. Ad accompagnarli un giovanissimo Buddy Guy e “l'inventore della batteria blues” il mitico Fred Below. Guardando questo film ti senti veramente nei panni di John Mayall, Eric Clapton, i Rolling Stones e centinaia di altri musicisti inglesi che hanno avuto la fortuna di vedere tutto questo “ben di Dio” quarant'anni prima di noi.

E se la visione di questo film ha avuto su di me un effetto “devastante” nonostante la mia età non sia più quella di un ragazzo, posso solo immaginare cosa avranno provato negli anni sessanta i blues lovers a “vedere” il grande Sonny Boy accompagnare il giovane (e a volte, sigh, un po' criticato dai “puristi” dell'epoca che non apprezzavano e non capivano il suo folk blues elettrificato) Muddy Waters, in una swingante versione della sua “Got my mojo working”.

Beh, guardare Sonny Boy seduto che suona l'armonica e canta la stessa canzone che, cento volte noi tutti, appassionati di blues, abbiamo cantato, è qualcosa di difficile da descrivere con le parole… Vedere il viso compiaciuto dello stesso Muddy Waters (un maestro per la mia generazione) quando divide il palco con i suoi eroi Victoria Spivey e Lonnie Johnson, o ammirare Junior Wells mentre suona “Hoodoo man” accompagnato non da Buddy Guy ma da un bravissimo (e da sempre sottovalutato) Otis Rush , sopra il tappeto musicale creato dal contrabbasso del grande (anche di dimensioni) Willie Dixon e dal piano di Otis Spann e Memphis Slim è davvero, davvero emozionante!.

Guardare il vecchio, un po' curvo e dinoccolato Sonny Boy che presenta il poco più che ventenne Hubert Sumlin accarezzandogli la spalla, è un momento che ti fa trovare (e tu sai perché) con gli occhi lucidi.

Ma la cosa che davvero respiri come dolce, magica e toccante guardando questo film, è l'atmosfera che c'è tra i musicisti che compongono la carovana del festival: un'atmosfera piena di soddisfazione perché finalmente le loro canzoni vengono amate e rispettate da tutti, al di là del colore della pelle. A quell'epoca in America, era ancora difficile per un nero suonare il blues al di fuori dei soliti “giri” destinati alla gente di colore. Guardando Sonny Boy Williamson che è arrivato al festival dopo una vita intera dedicata al blues, si vede benissimo che è piacevolmente frastornato ed emozionato, quando alla fine delle sue esibizioni gli applausi rasentano l'ovazione.

In quegli anni, nel suo paese, Sonny Boy era davvero un signor nessuno e qui in Europa il suono della sua armonica blues era apprezzatissimo nei teatri dove di solito si eseguivano brani di Mozart e Beethoven.

E' stato solo dopo la bellissima epopea dell'American Folk Blues Festival che gli americani si accorsero di che tesoro avessero in casa. Un tesoro che quarant'anni dopo, farà piangere di commozione un musicista “consumato” mentre guarda uscire dal televisore e suonare per lui gli “eroi” dell'American Folk Blues Festival.

 

Il film è reperibile in due DVD editi dalla REELIN' IN THE YEARS PRODUCTION /L.L.C. and EXPERIENCE HENDRIX e distribuiti dalla Universal Music and Video.

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© Fabrizio Poggi 2002/03/04, se volete maggiori informazioni potete contattarmi scrivendo a : Redazione